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Gli Alpini sono una specialità dell'Arma di Fanteria dell'Esercito Italiano.

L’arma di Artiglieria ha delle truppe che operano in montagna ed indossano il cappello alpino.






 

Le origini degli Alpini sono molto antiche: nel corso dei secoli gli abitanti delle Alpi si sono sempre dimostrati soldati fieri e forti, strenui difensori della loro terra, ne sono esempio le Legioni Alpine nell'Antica Roma, i Cimbri dell'Altopiano dei Sette Comuni, le Milizie Valdesi, le Milizie di Autodifesa nelle valli del Trentino, del Cadore e del Friuli. Queste ed altre formazioni vengono considerate come i precursori degli odierni Alpini.

La nascita del Corpo avviene però soltanto nel 1872: completato il processo di unità nazionale, il Regno d'Italia si trovava ad affrontare il problema della difesa dei propri confini terrestri, che coincidevano quasi interamente con l'arco alpino.

Il capitano Giuseppe Perrucchetti, considerato il "padre degli Alpini", propose di affidare la difesa dei valichi di montagna a soldati reclutati sul luogo, che avrebbero permesso un'efficace difesa grazie alla conoscenza perfetta della zona d'impiego. La proposta fu accolta e così il 15 ottobre 1872 a Napoli furono create, attraverso il Regio Decreto n. 1056, le prime 15 Compagnie Alpine, ciascuna composta da uomini provenienti dalla stessa vallata.

Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione, che determinò fin da allora l'elevato spirito di corpo delle Truppe Alpine.

Le dimensioni del Corpo degli Alpini crebbero ben presto, tanto che nel 1873 le Compagnie furono portate a 24 ripartite in 7 Reparti Alpini, nel 1875 furono costituiti 10 Battaglioni per un totale di 36 Compagnie, mentre nel 1882 furono costituiti i primi 6 Reggimenti (su 3/4 Battaglioni), che divennero 7 nel 1887 e 8 nel 1910.

Nel 1887 nascono le prime 5 batterie dell'Artiglieria da Montagna, specialità di Artiglieria in grado di operare in alta montagna per fornire l'adeguato supporto di fuoco agli Alpini.

Nati per la difesa delle Alpi, gli Alpini ebbero il loro battesimo di fuoco ad Adua in Africa e la prima medaglia d'oro al valor militare assegnata al capitano Pietro Cella, durante la Campagna d'Eritrea del 1887-88. Negli anni seguenti gli Alpini furono ancora impiegati in terra d'Africa in occasione della II Campagna d'Eritrea del 1896-97 e della Guerra di Libia del 1911, dando prova di valore e di non comune capacità di adattamento.

Il 13 novembre 1902, dopo un periodo di sperimentazione nel 3º reggimento, gli alpini vennero dotati degli sci.

Durante la Grande Guerra del 1915-18 le Truppe Alpine raggiunsero il loro massimo sviluppo, arrivando a contare ben 88 Battaglioni per un totale dei 274 Compagnie e 67 Gruppi di Artiglieria da Montagna per totali 175 Batterie.

Il 24 maggio 1915, con l'entrata in guerra dell'Italia, gli alpini occuparono lo stesso giorno i più importanti ed impervi punti, dal passo dello Stelvio, alle Alpi Giulie, passando per il Passo del Tonale, e il monte Pasubio. parteciparono alle più cruente battaglie, come la battaglia dell'Ortigara, con la conquista del monte Ortigara, la disfatta di Caporetto, fino alla controffensiva del generale Armando Diaz, che portò alla sanguinosa vittoria.

Gli Alpini furono i protagonisti di un conflitto che si combatté quasi interamente sulle Alpi, e su tutti i fronti, dai ghiacciai dell'Adamello alle crode dolomitiche, dal Carso al Monte Grappa, dagli Altipiani al Piave, dimostrarono il loro valore, come testimoniano gli oltre 35.000 caduti e 85.000 feriti.

Negli anni '30 la difesa dei confini fu attribuita al nuovo corpo della Guardia alla Frontiera, mentre per gli Alpini fu previsto l'impiego ovunque ve ne fosse necessità, anche in azioni offensive e al di fuori del teatro alpino: a tale scopo nel 1934 furono costituite le Divisioni Alpine "Taurinense", "Tridentina", "Julia" e "Cuneense", cui si aggiunse la "Pusteria" nel 1935. Ogni Divisione aveva in organico anche unità del Genio militare e dei Servizi Logistici: nacquero così i supporti delle Truppe Alpine, che si affiancarono agli Alpini e all'Artiglieria da Montagna.

Nel 1934 viene costituita ad Aosta la Scuola Militare Centrale di Alpinismo, per provvedere all'addestramento sci-alpinistico dei quadri delle Truppe Alpine. La Scuola diverrà ben presto un polo di eccellenza in campo sportivo e sci-alpinistico, tanto da essere considerata "università della montagna".

Gli anni 1935-36 videro gli Alpini ancora impegnati in Africa e precisamente in Etiopia, sbarcando a Massaua, dove la divisione Pusteria partecipò alle operazioni per la conquista dell'Impero, con le battaglie dell'Amba Aradam, dell'Amba Alagi e di Mai Ceu. Unità alpine parteciparono anche alla Guerra di Spagna, vestendo l'uniforme del Tercio Etranjero.

La seconda Guerra Mondiale vide gli Alpini impegnati inizialmente sul Fronte Alpino Occidentale, quindi le Divisioni "Cuneense", "Tridentina", "Pusteria" e la "Alpi Graie" della quale faceva parte il cappellano militare Secondo Pollo, il beato degli alpini, furono spostate sul Fronte Greco-Albanese dove era già presente la "Julia". Nel 1942 fu inviato sul Fronte Russo un Corpo d'Armata Alpino (inquadrato nell'ARMIR), composto dalle Divisione "Cuneense", "Tridentina" e "Julia". Dopo aver partecipato alla difesa del Don, il Corpo d'Armata Alpino, circondato dall'Armata Rossa, fu costretto a ripiegare con una lunghissima marcia tra le gelide pianure russe ed aprirsi la strada con epici combattimenti, tra cui il più noto è la Battaglia di Nikolaevka. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 troviamo unità alpine su entrambi gli schieramenti contrapposti. Nella RSI fu costituita la "Divisione Alpina Monterosa" cui si aggiunsero altre unità alpine inquadrate nella "Divisione Littorio" o autonome. Nel Regio Esercito le Penne Nere erano rappresentate dai Battaglioni "Piemonte" e "L'Aquila". Numerosi furono anche gli alpini che confluirono nelle formazioni partigiane.

Nel dopoguerra l'adesione dell'Italia alla NATO diede il via alla ricostituzione dell'Esercito. Le Truppe Alpine furono portate a cinque Brigate:

  • "Taurinense", di stanza in Piemonte con il comando a Torino ed i reparti in Val Chisone, Val Susa e nel Cuneese; bacino di reclutamento in Piemonte, Valle d'Aosta, Piacentino e nelle zone appenniniche della Liguria e della Toscana;
  • "Orobica", di stanza nell'Alto Adige occidentale, con il comando a Merano ed i reparti in Val Venosta e Valle Isarco; bacino di reclutamento in Lombardia;
  • "Tridentina", di stanza in Alto Adige orientale, con il comando a Bressanone ed i reparti in Val Pusteria e Valle Isarco; bacino di reclutamento in Alto Adige, in Trentino e nella provincia di Verona;
  • "Cadore", di stanza in Veneto con il comando a Belluno ed i reparti nel Cadore; bacino di reclutamento nelle provincie di Belluno e di Vicenza e nelle zone appenniniche dell'Emilia-Romagna;
  • "Julia", di stanza in Friuli con il comando a Udine ed i reparti in Carnia (un battaglione, "L'Aquila" distaccato in Abruzzo); bacino di reclutamento nella provincia di Treviso, in Friuli-Venezia Giulia, in Abruzzo e nel Sannio.

Nel 1948 viene ricostituita la Scuola Militare Alpina di Aosta. La Guardia alla Frontiera fu assorbita dalle Truppe Alpine, dando vita alla specialità degli Alpini d'Arresto. Negli anni '50 nacquero gli Alpini Paracadutisti, specialità nella specialità, che tuttora rappresentano l'élite delle truppe alpine. Altra novità fu l'istituzione dei CAR, centri addestramento reclute, per la formazione iniziale delle reclute di leva. Le Brigate Alpine erano riunite nel IV Corpo d'Armata Alpino del quale il primo comandante nel 1952 fu il Generale Clemente Primieri, che comprendeva anche unità di supporto di Cavalleria, Artiglieria, Genio militare, Trasmissioni, Aviazione Leggera e Servizi. Compito del IV Corpo d'Armata era la difesa del settore alpino nord-orientale in caso di un attacco sferrato dalle forze del Patto di Varsavia. Dalle Truppe Alpine era inoltre tratto il Contingente "Cuneense", che costituiva la componente italiana assegnata alla AMF (Forza Mobile Alleata) della NATO.

Nei primi anni '90, con il venire meno della minaccia sovietica, venne avviato il processo di ristrutturazione dell'Esercito, che comportò per le Truppe Alpine la soppressione di gloriosi reparti, tra i quali anche le Brigate "Orobica" e "Cadore". Nel 1997 il IV Corpo d'Armata Alpino fu trasformato in Comando Truppe Alpine, su tre Brigate ("Taurinense", "Tridentina" e "Julia"), che divennero due nel 2002 in seguito alla soppressione della "Tridentina".

A partire dagli anni '90 inizia l'impegno delle Truppe Alpine nelle missioni internazionali: Mozambico, Albania, Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Libano sono i principali teatri che hanno visto operare le Penne Nere. Se da un lato ciò ha permesso di apprezzare gli Alpini a livello internazionale, dall'altro ha comportato la riduzione dell'addestramento prettamente alpino.

Il 7 settembre 1993 presso la caserma D'Angelo di Belluno, vennero venduti all'asta per ordine del Ministero della Difesa, gli ultimi 24 muli in forza agli alpini.[1]

Un ulteriore snaturamento delle Truppe Alpine si è avuto con l'abolizione della leva obbligatoria, avvenuta nel 2005, che ha determinato la fine del reclutamento regionale, storico elemento di coesione delle Penne Nere.

Di qui non si passa. Questo è il motto tradizionale degli Alpini. La sua creazione è dovuta al generale Luigi Pelloux che nel 1888, ad una cena di ufficiali alpini a Roma, disse:

« Il motto dei miei Alpini per me si riduce in queste poche parole: “Di qui non si passa”. »

Questo motto fu largamente utilizzato, soprattutto durante la prima guerra mondiale, nei combattimenti in alta montagna, e poi durante la difesa lungo le rive del Piave.

Le Truppe Alpine sono una specialità pluriarma, in quanto riuniscono reparti appartenenti alle varie Armi e Corpi dell'Esercito: Fanteria, Artiglieria, Genio, Trasmissioni, Trasporti e Materiali, Corpi Logistici. Quasi tutti i reparti alpini fanno oggi capo al Comando Truppe Alpine (COMALP), un comando a livello Corpo d'Armata (erede del 4º C.A. Alpino) con sede a Bolzano. Da COMALP dipendono:

  • le due Brigate Alpine: la "Taurinense" con il comando a Torino ed i reparti in Piemonte e Abruzzo e la "Julia" con il comando a Udine ed i reparti in Trentino-Alto Adige, in Veneto e in Friuli. Le due Brigate hanno struttura analoga, disponendo ciascuna di un Reparto Comando e Supporti Tattici, tre reggimenti di Fanteria Alpina, un reggimento di Artiglieria da Montagna ed un reggimento del Genio. La "Taurinense" ha anche un reggimento di Cavalleria (non alpino). La "Taurinense" è stata una delle prime unità dell'Esercito su base volontaria ed ha maturato una pluriennale esperienza nelle missioni internazionali. La "Julia" è invece l'unità dove sono più vive le tradizioni alpine, essendo stata alimentata (come la disciolta "Tridentina") prevalentemente da leva e poi VFA. Con il passaggio al reclutamento solo volontario la differenza è oggi pressoché scomparsa ed entrambe le Brigate sono impiegate in missione all'estero.
  • il Centro Addestramento Alpino di Aosta: erede della Scuola Militare Alpina è l'istituto preposto all'addestramento in campo sci-alpinistico dei quadri delle Truppe Alpine, nonché del personale di altre Armi e Forze Armate, italiane o straniere. Svolge inoltre attività agonistica di alto livello con il proprio reparto di atleti.

i Supporti, notevolmente ridimensionati rispetto al passato, sono oggi costituiti dal Reparto Comando a Bolzano, che assicura il supporto logistico al COMALP; dal 6º Reggimento Alpini, di stanza in Val Pusteria con il compito di controllare e gestire le aree addestrative della zona; dal 4º Reggimento Alpini Paracadutisti, unità d'élite delle Truppe Alpine utilizzata per operazioni speciali.

Vi sono infine tre Reggimenti di supporto (uno di artiglieria, uno delle trasmissioni e uno logistico), un tempo inquadrati in grandi unità alpine ma ora posti alle dipendenze di altri comandi. Questi reparti rimangono comunque Truppe Alpine a tutti gli effetti, tanto che conservano fisionomia, nome, tradizioni e soprattutto il cappello alpino.

Struttura di comando del COMALP

Le mostrine degli alpini

  • Comando Truppe Alpine
  • Comando Divisione Alpina "Tridentina"
  • Centro di Addestramento Alpino
  • 4º Reggimento Alpini Paracadutisti
  • 6º Reggimento Alpini
  • Reparto Comando e Supporti Tattici "Tridentina"
  • Brigata Alpina "Taurinense":
    • Reparto Comando e Supporti Tattici ("Taurinense")
    • 2º Reggimento Alpini
    • 3° Reggimento Alpini
    • 9º Reggimento Alpini
    • Reggimento "Nizza Cavalleria" (1º)
    • 1º Reggimento Artiglieria Terrestre (montagna)
    • 32º Reggimento Genio Guastatori (alpino)
  • Brigata Alpina "Julia":
    • Reparto Comando e Supporti Tattici ("Julia")
    • 5º Reggimento Alpini
    • 7° Reggimento Alpini
    • 8º Reggimento Alpini
    • 3º Reggimento Artiglieria Terrestre (montagna)
    • 2º Reggimento Genio Guastatori (alpino)
Unità alpine inquadrate in altri comandi
  • 2º Reggimento Artiglieria Terrestre
    • sede: Trento
    • dipendenza: Brigata Artiglieria (Portogruaro)
  • 2º Reggimento Trasmissioni
    • sede: Bolzano
    • dipendenza: Brigata Trasmissioni (Anzio)
  • 24º Reggimento di Manovra
    • sede: Merano (BZ)
    • dipendenza: Brigata Logistica (Treviso)

Il tipico cappello degli Alpini (nel caso specifico il cappello è d'appartenenza alla truppa del genio guastatori, riconoscibile dal fregio e dalla nappina amaranto)

Il cappello è l'elemento più rappresentativo degli alpini. È composto da molti elementi atti a rappresentare il grado, il battaglione, il reggimento e la specialità di appartenenza. il cappello per l'alpino è simbolo sacro.

Lunga circa 25-30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all'indietro. È di corvo, nera, per la truppa. Di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori. Di oca, bianca, per gli ufficiali superiori e generali.

È il dischetto in lana sul quale viene infilata la penna. In origine il colore della nappina distingueva i battaglioni all'interno di ciascun reggimento, per cui il I battaglione di ciascun reggimento aveva nappina bianca, il II rossa, il III verde e, qualora vi fosse un IV battaglione, azzurra. I colori erano quelli della bandiera italiana, più l'azzurro di casa Savoia. In seguito si aggiunsero altre nappine con colori, numeri e sigle specifiche per le diverse specialità e reparti delle truppe alpine. Le nappine attualmente in uso sono le seguenti:

Fanteria alpina
  • bianca: 5º Rgt. Alpini (Btg. Morbegno), 7º Rgt. Alpini (Btg. Feltre) , 8° Rgt Alpini (Btg. Gemona )
  • rossa: 8º Rgt. Alpini (Btg. Tolmezzo), Centro Addestramento Alpino (Btg. Aosta)
  • verde: 2º Rgt. Alpini (Btg. Saluzzo), 6º Rgt. Alpini (Btg. Bassano)
  • azzurra: 3º Rgt. Alpini (Btg. Susa), 9º Rgt. Alpini (Btg. L'Aquila), Centro Addestramento Alpino (escluso Btg. Aosta), personale fuori corpo
  • azzurra, dischetto nero, "R" bianca: supporti reggimentali (CCSL reggimentali)
  • azzurra, dischetto nero, "B" bianca: supporti di Brigata (RCST "Taurinense" e RCST "Julia")
  • azzurra, dischetto nero, "CA" bianca: supporti di Corpo d'Armata: Reparto Comando Comalp e 4º Rgt. Alpini Paracadutisti
Artiglieria da montagna
  • verde, ovale nero, nr. giallo: batterie obici, batterie saoc, batterie tst (il nr. corrisponde al nr. della batteria)
  • verde, ovale nero, "CG" giallo: BCSL reggimentali (CG=comando gruppo, in quanto le btr. comando erano organiche al gruppo)
  • verde, ovale nero senza sigle: personale fuori corpo
Genio, trasmissioni, servizi
  • amaranto: genio (2º e 32º Rgt. G. Gua.) e trasmissioni (2º Rgt. Trasm.)
  • viola: servizi logistici (24º Re.Ma.)

I marescialli, gli ufficiali inferiori e superiori portano la nappina in metallo dorato. Gli ufficiali generali portano la nappina in metallo argentato.

Viene portato sulla parte frontale del cappello e contraddistingue la specialità d'appartenenza

  • ufficiali generali: aquila con serto di alloro e scudetto con la sigla RI al centro
  • alpini: aquila, cornetta, fucili incrociati
  • artiglieria da montagna: aquila, cornetta, cannoni incrociati
  • genio pionieri: aquila, cornetta, ascie incrociate
  • genio guastatori: aquila, cornetta, gladio, granata infuocata e ascie incrociate
  • trasmissioni: aquila, cornetta, antenna, saette e ascie incrociate
  • trasporti e materiali: aquila e ingranaggio alato''
  • sanità (ufficiali medici): aquila, stella a cinque punte con croce rossa, bastoni di esculapio incrociati
  • sanità (sottufficiali e truppa): aquila, stella a cinque punte con croce rossa
  • amministrazione e commissariato: aquila, corona turrita, tondino viola e serto di alloro

La fattura del fregio cambia in base al grado

  • filo metallico dorato o plastica dorata per ufficiali, sottufficiali, e militari di truppa in servizio permanente.
  • plastica nera per la truppa a ferma prefissata.

Sul cappello alpino i gradi sono portati sul lato sinistro, in corrispondenza della penna e della nappina, sotto forma di galloni:

Il mulo, un incrocio tra un asino e una cavalla, è diventato durante la prima guerra mondiale un binomio perfetto con l'alpino, durante la quale l'animale era utilizzato come unico mezzo per il trasporto di mitragliatrici, obici e materiale vario. Assieme agli alpini, i muli patirono la fame e il freddo durante la grande guerra. Durante la guerra furono contati 520.000 muli, nati per la maggior parte nell'Italia del sud.

L'esercito aveva tre tipologie di muli:

  • il mulo da soma, usato dalla fanteria, di media statura, con il dorso breve e largo, gli arti robusti;
  • il mulo per gli alpini, simile al tipo precedente, ma con una maggiore solidità scheletrica;
  • il mulo da tiro è il mulo per le carrette da battaglione;

Le salmerie portavano ai reparti avanzati, e in cima alle postazioni, con qualsiasi condizione meteorologica, viveri, munizioni e la posta.

Il mulo fu usato dagli alpini dal 1872 e fino al 1991. Successivamente fu sostituito dal motocarrello MTC 80 Il mulo è il migliore amico dell'alpino.

I CASTA sono i Campionati Sciistici delle Truppe Alpine.

Le gare si svolgono in alta Val Pusteria, in Alto Adige, e precisamente nei comuni di Braies, Dobbiaco, Villabassa, San Candido e Sesto. Queste gare hanno lo scopo di verificare l'addestramento conseguito dai vari plotoni delle diverse unità ed inoltre di rafforzare le amicizie con le truppe alleate attraverso un sereno confronto.

Le nazioni che partecipano sono: Albania, Argentina, Austria, Bulgaria, Cile, Croazia, Finlandia, Federazione Russa, Francia, Germania, Kazakistan, Lettonia, Libano, Lituania, Macedonia, Montenegro, Regno Unito, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d'America, Svizzera, Ucraina e Ungheria.

La preghiera, nella sua forma originale, è stata scritta dal Colonnello Gennaro Sora, allora comandante del battaglione Edolo "Appunto scritta per lo stesso Battaglione" (era l'Alpino che partecipò alla spedizione del Generale Umberto Nobile nelle isole Svalbard al Polo Nord) spedita a sua madre il 4 luglio 1935 da Malga Pader in Val Venosta.

« Fra pascoli e pinete, sulla nuda roccia, sui ghiacciai perenni delle grande cerchia delle Alpi che la bontà divina ci ha dato per culla e creste e baluardo sicuro delle nostre contrade; nel torrido estate come nel gelido inverno, l'anima nostra, purificata dal dovere pericolosamente compiuto, è rivolta a Te, o Signore, che proteggi le nostre madri, le nostre spose, i nostri figli lontani e aiuti ad essere degni delle glorie dei nostri Avi.

Salvaci, o Signore, dalla furia della tormenta, dall'impeto della valanga e fa che il nostro piede passi sicuro sulle creste vertiginose, sulle diritte pareti, sui crepacci insidiosi.

Fa che le nostre armi siano infallibili contro chiunque osi offendere la nostra Patria, i nostri diritti, la nostra gloriosa bandiera.

Proteggi, Signore, l'amato Sovrano, il nostro Duce, concedi sempre alle nostre armi il giusto premio della Vittoria. »

(Preghiera dell'Alpino dell'Edolo, Colonnello Gennaro Sora, 1935)

Ovviamente questa prima versione conteneva degli espliciti riferimenti al Duce e al re. Col tempo furono cancellati, infatti, il Vicario Generale Monsignor Giuseppe Trossi il 21 ottobre 1949, sotto consiglio del Cappellano Militare del 4º Reggimento Alpini, don Pietro Solero, comunicò il testo rivisto e adattato della preghiera, aggiungendo lo specifico riferimento alla Madonna degli Alpini, richiesto dal cappellano. Questa preghiera doveva essere quindi recitata in sostituzione della Preghiera del Soldato al termine di ogni Santa Messa di precetto.

«Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza delle Alpi ove la Provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l'animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, le nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani e ci aiuti a essere degni della gloria dei nostri avi.

Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore. Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall'impeto della valanga: fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose, sulle diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi: rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra millenaria civiltà cristiana.

E tu, Madre di Dio, candida più della neve, Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza ed ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti, Tu che conosci e raccogli ogni anelito ed ogni speranza di tutti gli Alpini vivi ed in armi,

Tu benedici e proteggi i nostri Reggimenti, i nostri Battaglioni, Gruppi, Compagnie e Batterie. Amen»

(Preghiera dell'Alpino, versione del 1949)

Nuovamente nel 1972 il cappellano militare capo del Servizio di Assistenza Spirituale del 4º Corpo D'armata Alpino, Monsignor Pietro Parisio, previa autorizzazione del suo generale comandante il Monsignor Franco Parisio, ottenne dall'Arcivescovo Ordinario Militare, Monsignor Mario Schierano, alcune nuove piccole modifiche alla preghiera, in modo da adattarla nel modo migliore agli Alpini delle nuove generazioni. Il testo ulteriormente leggermente modificato, e infine definitivamente approvato il 15 dicembre 1985.

« Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza delle Alpi ove la provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l'animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, le nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani, e ci aiuti ad essere degni delle glorie dei nostri avi.

Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore. Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall'impeto della valanga, fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi, rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana.

E Tu, Madre di Dio, candida più della neve, Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza e ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti, tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza di tutti gli Alpini vivi ed in armi.

Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni e ai nostri Gruppi. Così sia. »

(Preghiera dell'Alpino, versione finale del 1985)

Attorno alla metà degli anni '90, il presidente dell'ANA Leonardo Caprioli ottenne dal CDN la possibilità che la preghiera possa essere recitata nella sua forma del 1949 quando siano presenti soltanto soci iscritti all'ANA, o nella sua forma del 1985, alla presenza di reparti alpini alle armi.

L'Inno degli Alpini, ovvero il Trentatrè - Valore Alpino è un inno, che deve il proprio nome, proprio perché era il 33º pezzo nel repertorio delle fanfare alpine dei primi reparti. La sua vera origine viene però da un inno francese: Les Fiers Alpins, testo scritto da D'Estel, con la musica di Travè.

Altra spiegazione sull'origine del nome è che erano i passi che si avrebbero dovuto fare marciando normalmente contando il passo fatto sempre con il sinistro e sul quale doveva sempre essere dato qualsiasi ordine di marcia.

Una teoria meno riconosciuta vuole che il nome Trentatre, si attribuirebbe al suono dei primi quattro accordi della marcia stessa, che, vagamente, suonano come la parola «trentatrè»

Dai fidi tetti del villaggio

i bravi alpini son partiti,

mostran la forza ed il coraggio

della loro salda gioventù.

Sono dell'Alpe i bei cadetti;

nella robusta giovinezza

dai loro baldi e forti petti

spira un'indomita fierezza.

Oh valore alpin!

Difendi sempre la frontiera!

E là sul confin

tien sempre alta la bandiera.

Sentinella allerta

per il bel suol nostro italiano

dove amor sorride

e più benigno irradia il sol.

Al termine della prima guerra mondiale un gruppo di reduci l’8 luglio 1919 costituì l’Associazione Nazionale Alpini. Avvenne a Milano, presso la sede dell’Associazione geometri, e fu l’inizio di una lunghissima marcia che dura tuttora.

Il primo presidente fu Daniele Crespi.

Nel settembre del 1920 viene organizzata la prima adunata nazionale sull’Ortigara. A quel primo appuntamento ne seguono altri venti per giungere, nel giugno 1940, a Torino: il secondo conflitto mondiale è alle porte e perciò, per sette anni la manifestazione è sospesa.

Nell’aprile del 1947, ricompare il giornale L’Alpino, anch’esso nato nel 1919 su iniziativa del tenente degli alpini Italo Balbo, poi noto esponente del fascismo.

Nell’ottobre del 1948 si svolge a Bassano del Grappa la prima Adunata del dopo guerra. Dopo la sosta del 1950 dovuta a ragioni tecniche, essa riprende senza più interrompersi.

Cittadini che hanno servito la Patria nelle truppe da montagna oggi guardano con preoccupazione l’assottigliarsi dei reparti alpini alle dipendenze del Comando Truppe alpine di Bolzano attuato dal Ministro della Difesa senza tener conto nè delle tradizioni nè della storia. Ma l’ANA è decisa a difendere le proprie radici.

Allo scopo di celebrare gli 80 anni dell’Associazione, dal 28 marzo al 9 ottobre 1999 si è svolta una lunga staffetta che ha portato il simbolo dell’ANA da Santa Teresa Gallura (Sassari) a Trieste, attraverso 189 tappe, staffetta composta da 180 squadre di 5 alpini in congedo ciascuna in rappresentanza delle 80 sezioni metropolitane (la sezione di Acqui Terme non era ancora stata costituita) e di 4 sezioni dislocate in Europa.

Al 2008 l’Associazione Nazionale Alpini presenta un organico di circa 383.911 soci, con 81 sezioni in Italia, 31 sezioni nelle varie nazioni del mondo, più 7 gruppi autonomi (4 del Canada, Colombia, Romania e Bulgaria). Le sezioni si articolano in 4.337 gruppi. Ai 312.452 soci ordinari si aggiungono 71.259 soci aggregati.

Fedele a sentimenti quali l’amor di Patria, l’amicizia, la solidarietà, il senso del dovere, l’Associazione ha saputo esprimere queste doti intervenendo in drammatiche circostanze, nazionali e internazionali - dal Vajont (1963), al Friuli (1976/77), dall’Irpinia (1980/81), alla Valtellina (1987), all’Armenia (1989), all’Albania a favore dei kosovari (1999), alla Valle d’Aosta (2000), al Molise (2002), con i volontari della Protezione civile che risultano essere oltre dodicimila. Capo della Protezione civile alpina è Maurizio Gorza.

Tra le numerose opere a favore del prossimo l’Associazione ha costruito in due anni di lavoro volontario dei propri soci (1992/1993), un asilo a Rossosch, al posto di quella che fu la sede del comando del Corpo d’Armata alpino nel 1942, durante la campagna di Russia. Per i due anni di lavoro i volontari sono stati 721 suddivisi in 21 turni. Le ore di lavoro sono state 99.643. Nel settembre 2003, se ne è celebrato il decennale ed è stato inaugurato un parco con un monumento.

Analoga operazione su richiesta del vescovo ausiliare di Sarajevo, mons. Sudar, è stata condotta a termine nel 2002, per ampliare un istituto scolastico multietnico a Zenica (Bosnia) che ospita studenti delle tre etnie: bosniaca, serba e musulmana.

In Mozambico nella provincia dieci anni fa i nostri alpini in armi parteciparono alla operazione umanitaria disposta dalle Nazioni Unite in un paese sconvolto dalla guerriglia. In Mozambico l’Associazione ha costruito un collegio femminile, un centro nutrizionale di accoglienza per bambini sottonutriti e un centro di alfabetizzazione e promozione della donna.

Attualmente l’Associazione è nuovamente impegnata nel comune di Ripabottoni per la costruzione di una casa di riposo.

Un capitolo a parte merita l’ospedale da campo. Il 19 marzo 1994 l’Associazione ha inaugurato un nuovo ospedale da campo avioelitrasportabile, gioiello unico in Europa e forse nel mondo già impiegato più volte in occasione di pubbliche calamità. Ne è responsabile il dott. Lucio Losapio, primario agli Ospedali Riuniti di Bergamo. Il personale medico e paramedico è quello delle strutture sanitarie più avanzate.Ultimo intervento in ordine di tempo è stato compiuto a Kinniya nel Sri Lanka dopo il devastante tsunami. Per 6 mesi è stata attivata una parte dell’ospedale con medici, infermieri, personale tecnico e volontari della nostra Protezione civile.

DANIELE CRESPI

8 luglio 1919 - 11 gennaio 1920

ARTURO ANDREOLETTI

12 gennaio 1920 - 24 marzo 1923

ANGELO CASSOLA

25 marzo 1923 - 17 gennaio 1925

GIUSEPPE REINA

18 gennaio 1925 - 27 febbraio 1926

ERNESTO ROBUSTELLI

28 febbraio 1926 - 21 giugno 1928

ANGELO MANARESI (1)

22 giugno 1928 - 25 luglio 1943

MARCELLO SOLERI (2)

7 settembre 1943 - 29 luglio 1945

IVANOE BONOMI (3)

10 agosto 1945 - 23 aprile 1951

MARIO BALESTRIERI

24 giugno 1951 - 23 giugno 1956

ETTORE ERIZZO

24 giugno 1956 - 3 aprile 1965

UGO MERLINI

4 aprile 1965 - 12 dicembre 1971

FRANCO BERTAGNOLLI

16 gennaio 1972 - 23 maggio 1981

VITTORIO TRENTINI

24 maggio 1981 - 19 maggio 1984

LEONARDO CAPRIOLI

20 maggio 1984 - 30 maggio 1998

GIUSEPPE PARAZZINI

30 maggio 1998 - 30 maggio 2004

CORRADO PERONA

dal 31 maggio 2004

(1) Nel periodo 22 giugno 1928 - 14 maggio 1929 Commissario straordinario dell'A.N.A. e dal 15 maggio 1929 al 25 luglio 1943 Comandante del 10° Reggimento Alpini (Presidente dell'Associazione Nazionale Alpini).

(2) Commissario nazionale. Soleri non potè prendere possesso della carica se non dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944). Nel periodo luglio 1943 - giugno 1944 la sede nazionale dell'A.N.A. (dislocata a Roma) fu retta dal Segretario Giuseppe Giusti, effettivamente il factotum.

(3) Commissario nazionale nel periodo 10 agosto 1945 - 19 ottobre 1946 e poi Presidente dell'A.N.A. dal 20 ottobre 1946 al 23 aprile 1951.

Un settore di strategica importanza associativa è quello della stampa alpina. Il mensile associativo L’Alpino viene inviato ai soci esclusivamente in abbonamento ed ha una diffusione di 390 mila copie. Raggiunge gli iscritti in tutta Italia e in tanti Paesi del mondo, dall’Australia al Canada, dalla Svezia al Brasile, al Sud Africa. Ci sono inoltre altre 81 testate di sezione e 88 notiziari di gruppo: con queste la stampa alpina si colloca - con il suo milione e mezzo di lettori – fra le principali correnti nazionali di informazione, nel rispetto del principio di apartiticità.

Ogni anno i responsabili delle testate alpine si riuniscono in convegno itinerante, per discutere tematiche di interesse associativo: nel 2009 si è svolto a Verona il 28 e 29 marzo. Fra rappresentanti delle testate alpine e osservatori, questo convegno che – grazie al fatto di essere organizzato ogni anno in una diversa località, in aggiunta all’accresciuto interesse associativo nei riguardi del mondo dell’informazione – è divenuto un appuntamento fondamentale per chi scrive sui giornali alpini. E’ l’unica occasione, infatti, di incontro ma anche di confronto dei direttori dei periodici sezionali e dei notiziari di gruppo, giornali sempre letti con grande attenzione e con spirito critico.

Esiste infine un canale informatico, il portale www.ana.it che contiene, fra l’altro, non solo il numero de L’Alpino del mese in corso ma anche i numeri precedenti. La redazione de L'Alpino cura anche la pubblicazione nel portale delle informazioni sull’ANA e di gran parte delle pagine del giornale.

Cominciò quasi per caso. Nel 1919, quasi contemporaneamente alla fondazione Associazione Nazionale Alpini, tre ufficiali dell’8° reggimento alpini, reduci di guerra, mentre in libera uscita passeggiavano per Udine, ebbero l’idea di pubblicare un settimanale, in formato ridotto, per esaltare le glorie del reggimento, con i suoi battaglioni, il “Tolmezzo”, il “Cividale”, il “Gemona”, e dei battaglioni “Valle” e Monte” che avevano fatto parte dell’8°. I tre ufficiali erano Italo Balbo, Aldo Lomasti e Enrico Villa e il settimanale era L’Alpino.

Le prime 2500 copie del giornale furono esaurite in poche ore.

Oggi, quelle copie consunte dal tempo, con la testata Liberty e quel sottotitolo “Di qui non si passa”, fanno sorridere; ma sono un pezzetto di storia degli alpini, che sono tutt’uno con la storia d’Italia.

Oggi L’Alpino è il mensile ufficiale dell’Associazione Nazionale Alpini, che conta anche 81 testate di sezione e 88 di gruppo. La tiratura di queste testate sezionali varia da alcune migliaia ad alcune decine di migliaia, mentre hanno una tiratura ridotta al numero di iscritti (al massimo alcune centinaia di soci) i giornali di gruppo.

Per quanto riguarda L’Alpino, ha 11 numeri ed è diretto, dall'ottobre 2006, da Vittorio Brunello. I suoi referenti sono i corrispondenti delle ottantuno sezioni, in Italia e all’estero. Come del resto tutte le cariche associative, i collaboratori sono tutti volontari che non percepiscono alcun emolumento (a parte, ovviamente, il personale amministrativo e di segreteria, indispensabile ad una associazione con un così rilevante numero di iscritti).

Le notizie riportate dal mensile associativo riguardano l’attività delle sezioni e dei gruppi, dalle tantissime iniziative locali alla più articolata e complessa opera dei 12 mila volontari della Protezione civile dell’ANA. Ma L’Alpino tratta pure problemi e argomenti che, anche se apparentemente non riguardano direttamente la vita associativa, si riflettono pesantemente su tutto il mondo alpino: come il nuovo modello di difesa, con la drastica riduzione dei reparti alpini, e la “sospensione” della leva obbligatoria, problema, quest’ultimo, che trova tutta la stampa alpina schierata in difesa di valori insostituibili, che sono indispensabili non soltanto agli alpini ma a tutto il Paese.

Pur affondando nella tradizione, L’Alpino è un giornale moderno anche tecnologicamente. Computer e sistemi avanzati in redazione, stampa esterna d’avanguardia, tempi di chiusura quasi da quotidiano.

A consolidamento dei rapporti di amicizia e collaborazione che intercorrono da anni con le consorelle associazioni d’arma di montagna di tutto il mondo, nel 1985 è stata fondata su iniziativa della nostra Associazione l’I.F.M.S. (International Federation Mountain Soldiers), alla quale aderiscono a tutt’oggi le associazioni dei soldati della montagna di Austria, Francia, Germania, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Polonia, Svizzera, Italia. Come osservatori vi sono inoltre le Truppe da montagna di Argentina e Cile. Il segretario generale ricopre questa carica per un triennio, ed è designato a rotazione. L’attuale segretario generale è il colonnello svizzero Jacques-Antoine Diserens.

Sul Labaro, simbolo dell'Associazione, che sfila in testa al corteo, sono appuntate 213 Medaglie d'Oro così suddivise:

- 207 Medaglie d'Oro al V.M. di cui 16 a reparti e 191 individuali, conferite ad alpini inquadrati nei reparti alpini;

- 4 al Valor Civile;

- 1 al Merito Civile;

- 1 medaglia d'Oro C.R.I. (2004).

Esiste inoltre il medagliere dell'Associazione (che non sfila all'adunata) che si fregia di 115 Medaglie d'Oro al V.M. conferite ad alpini non inquadrati in reparti alpini.

All'A.N.A. sono state conferite anche una medaglia d'Argento al Merito Civile per quanto fatto in Italia e all'estero dall'ospedale da campo e una di Bronzo al Merito Civile per gli interventi della nostra Protezione civile in Armenia e in Valtellina sconvolta da una alluvione.

 

 


Ubicata nella fascia nord occidentale della provincia di Treviso, ai confini con il Friuli e a ridosso del Cansiglio, il paese di Montaner è una frazione del comune di Sarmede, nella Marca trevigiana, che complessivamente conta poco più di 3000 abitanti e si estende su una superficie di 17,94 chilometri quadrati, dai 100 a oltre 1100 metri di altezza. Il centro abitato del capoluogo si trova a 100 metri di altezza, quello di Montaner a oltre 300. Quella di Sarmede è un'origine antichissima che risale all'età del bronzo. A dircelo sono ceramiche, frecce, selci, ritrovate in cima al Castelir, un colle che sormonta la bella zona delle "levine rosse", i cui abitanti, alle origini del mondo, furono inghiottiti e risucchiati al centro della terra, dice la leggenda, in quanto lussuriosi ed amorali. Dal colle si domina la pianura e i borghi vicini mentre poco lontano vigilano i monti Cavril (998 m.) e Oliver (1123 m.). I nuclei abitativi si svilupparono attraverso i secoli in cinque frazioni oltre a Sarmede. Esse sono Palù, Rugolo, Montaner e Val, riunite a comune unico in età napoleonica, nel 1810.

Il centro più importante sino al secolo scorso è stato Rugolo, dove di recente si sono trovati reperti di epoca romana. Ricordiamo, a memoria di quanto detto, un cippo, trovato a Palù, e intitolato Poblicius Germanus. Secondo gli storici, il toponimo di Sarmede deriverebbe dalla popolazione barbarica dei Sarmati, che arrivarono attraverso le grandi vie di comunicazione vicine al borgo. In seguito giunsero anche i Visigoti, gli Unni e i Longobardi. In tutta la zona pedemontana si sviluppò la fede cristiana grazie alla vicina Aquileia, tanto che nel VI secolo d.C. la prima pieve fu dedicata ai SS. Aquileiesi, Canziano, Canzio, e Canzionilla. La pieve più antica fu quella di Rugolo, dove è stata eretta una chiesa dedicata a San Giorgio, costruita sui resti di un antico sacello. Oggi vi sono conservati il soffitto e gli affreschi delle pareti, forse risalenti al 1400, dipinti da Andrea Da Treviso, mentre al centro c'è una bellissima tela dedicata a San Giorgio dipinta dal Dall'Olio (1756). La famiglia Da Rugolo fu una del le più importanti della zona i cui componenti: Francesco, Agostino, Paolo, sono citati nei documenti che raccontano la storia di questo paese, sino al 1400. Nel Medioevo crebbe di importanza la frazione di Val arroccata in cima ad una collina. Il nucleo abitativo si sviluppò attorno ad una chiesetta consacrata, Santa Cecilia del Colmello. Poco lontano sul colle della Jerona c'era il castello della Montanara eretto nel 958, dai Longobardi. Poi arrivarono i Franchi il cui capo era Guitcillo da Montanara. Il figlio Guido si rese famoso per il suo coraggio. Salvò la vita all'imperatore di Sassonia che lo ricompensò assegnandogli la Rocca di Montanara. I suoi eredi abbandonarono il colle per andare in pianura verso Oderzo, esattamente in località Camino, dove edificarono un castello chiamato poi Da Camino, dando origine ad una nuova stirpe. Montaner (da Montanara) divenne proprietà dei Caminesi di Serravalle, per finire nel 1339 alla Repubblica di Venezia. La chiesa di questo borgo fu nominata parrocchia nel 1600, poco prima dell'epidemia che decimò la popolazione nel 1630. Tutto il territorio fu sotto il dominio dei signori del luogo: citiamo i Piccoli di Ranè che fecero erigere un bel palazzo distrutto poi dal terremoto, sino all'annessione al comune di Sarmede che crebbe di prestigio. Alla fine del 1800 vi fu un notevole incremento sia agricolo che commerciale. Furono fondate la cassa rurale e la cooperativa di consumo. Durante la prima guerra mondiale, Sarmede fu centro di smistamento molto importante, mentre nell'ultimo conflitto ospitò gruppi di partigiani. Furono catturati dai fascisti il parroco Giuseppe e la sorella Giovanna Faè. La sorella non fece più ritorno, probabilmente perse la vita nel campo di concentramento di Dachau. Seguirono anni di progresso: nella zona sorsero nuovi insediamenti produttivi. Dal 1969, dopo la morte di Mons. Giuseppe Faè, la comunità si divise per motivi religiosi. E’ di questo periodo l'abbandono da parte di numerosi cittadini della religione cattolica: nacque così la comunità ortodossa. Sarmede ospita la ormai nota manifestazione, la "Mostra Internazionale dell'Illustrazione per l'Infanzia", che vede anche maestri di grande prestigio. Senza ombra di dubbio è una delle manifestazioni culturali più importanti della provincia. Ne fu fautore ed organizzatore, in collaborazione con la Pro Loco sarmedese l'illustratore Stephan Zavrel di recente scomparso a causa di un incidente, di lui sono visibili degli affreschi realizzati sulle facciate esterne di alcune case e la "meridiana" dipinta sul lato della Casa Comunale.

Giuseppe Faè nacque a Campomolino, frazione di Gaiarine (TV), il 4 marzo 1885.

Entrò in seminario nel 1899 e fu ordinato sacerdote nel 1909. Cominciò la sua carriera ecclesiastica come cappellano a Farra di Soligo, successivamente fu direttore del patronato di Ceneda. Parroco a Corbanese per 11 anni, vivrà la tragedia della Prima Guerra Mondiale da soldato semplice avendo rifiutato i gradi che gli spettavano come cappellano militare.

Passò poi a lavorare nell'Azione Cattolica di Vittorio Veneto e nel settimanale diocesano “L'Azione”, di cui fu direttore nei primi anni Venti.

Il 22 gennaio 1927 venne mandato a reggere la parrocchia di Montaner, piccolo centro tra le montagne, una sorta di confino ecclesiastico per la sua presa di posizione antifascista sulle pagine del giornale della diocesi.

La sua attività in questo paese lasciò fin da subito una profonda traccia.

Si adoperò per il miglioramento delle strutture e dei servizi: diresse i lavori per la costruzione di un asilo, un orfanotrofio, una chiesetta, intitolata a San Giovanni Bosco, e una saletta, poi adibita a teatro e cinema. Tutto questo era già funzionante nel 1945, finanziato perfino dal governo Mussolini nonostante il dichiarato antifascismo del monsignore (e questo può stare a indicare sia l'interesse che Giuseppe Faè sentiva per il paese, così ampio da varcare i confini e le antipatie politiche, sia il suo temperamento deciso e risoluto. La sua forte personalità, il suo spiccato carisma e i suoi atteggiamenti autoritari e rigidi contribuirono a creare il ruolo di guida non solo spirituale, ma anche sociale e culturale che egli rappresentò per la popolazione montanerese. Simboleggia la figura di un parroco, dunque, a cui non veniva richiesta solo l'assistenza morale e pastorale, come può essere la celebrazione di un rito o una benedizione, ma anche di provvedere alle esigenze fisiche e materiali della comunità, di mantenere i rapporti con il mondo esterno, di essere intercessore e rappresentante.

Intorno ad una tale effigie il paese trovò coesione, soprattutto in un momento drammatico quale fu la guerra civile, scoppiata dopo l'8 settembre 1943.

La Resistenza segnò un periodo dinamico per l'abitato: Montaner divenne un centro di mediazione tra la pianura e la montagna. L'organizzazione partigiana cominciò da subito, soprattutto in funzione difensiva per gli ex prigionieri di guerra e per i soldati dell'esercito italiano allo sbando.

Le prime azioni vennero svolte con la collaborazione di monsignor Faè: procurò i necessari quantitativi di generi alimentari per i fuggiaschi, raccogliendoli dai contadini in pianura e sistemandoli nel magazzino dell'asilo o nella Cappella della Madonna di Lourdes, all'interno della parrocchiale, e organizzò i rifugi nelle stalle situate verso la montagna per gli sbandati

Dopo l'inizio dei primi atti di sabotaggio e della raccolta d'armi (per tale necessità il campanile della chiesa si trasformò in un deposito su iniziativa di un gruppo montanerese guidato dal cattolico-socialista Bitto Giovan Battista, “Pagnoca”, da cui poi nascerà la formazione di maggior peso e consistenza numerica del vittoriese, poi brigata e infine Gruppo Brigate Vittorio Veneto, con il vicecomandante Ermengildo Pedron, “Libero” e il commissario Attilio Tonon, “Bianco” Montaner divenne un vero proprio quartier generale della Resistenza, un centro di informazioni, un passaggio obbligato per quanti desideravano partecipare alle formazioni partigiane del Cansiglio.

E la canonica fu il luogo fisico di tale passaggio: monsignor Faè, assistito dalla sorella Giovanna, sosteneva spiritualmente e materialmente i futuri partigiani.

Il 27 marzo 1944 monsignor Faè e la sorella vennero arrestati per attività antifascista, traditi da due falsi partigiani''. Vennero portati a Udine, interrogati e condannati a morte: Giovanna Faè partì per un campo di concentramento e non fece più ritorno, mentre il fratello, per probabile intercessione di più esponenti della chiesa cattolica, (primo fra tutti l'arciprete di Pordenone, in seguito vescovo di Belluno e Feltre, Gioacchino Muccin,) si salvò, rinchiuso nel seminario di Vittorio Veneto, sua abitazione coatta fino alla Liberazione.

L'effettiva salita nella montagna del Cansiglio dei partigiani avvenne solo dopo l' arresto dei fratelli Faè..

Il paese era soggetto a continui rastrellamenti fascisti per sapere dove si trovavano le forze partigiane ed era stato creato un presidio militare (“della Friga”) proprio appena a valle dell'abitato.

A seguito dell'esperienza in carcere don Faè cominciò ad essere chiamato, e a firmarsi egli stesso, “don Galera”.

Ritornò poi a Montaner il 3 maggio 1945 e continuò la sua opera: si impegnò per ottenere la linea telefonica, la luce elettrica, l'acqua corrente nelle case, il servizio giornaliero di corriere per Vittorio Veneto, l'apertura di un ufficio postale, la costruzione di un nuovo edificio scolastico.

Si trovò ad affrontare i problemi di un paese scosso dalla guerra, povero di risorse e di prospettive socio-economiche. Montaner era terra di emigrazione (prima Stati Uniti, Sud America, Canada e Australia, poi Germania, Belgio e Svizzera e infine Libia), di minatori sparsi per il mondo, di donne costrette a prendere servizio come domestiche nelle ricche case in pianura, di uomini che si dedicavano alla vita ecclesiastica per sfuggire alla miseria.

Nel 1961 fece costruire un sacello in onore di Santa Barbara, patrona, appunto, dei minatori, in ricordo degli operai morti per cause di lavoro e soprattutto di silicosi

Nella sua attività di parroco monsignor Faè venne affiancato spesso da cappellani, almeno a partire dal l948 Gli ultimi tre anni e mezzo della sua vita venne assistito, anche nella malattia dal giovane cappellano don Antonio Botteon.

Egli morì il 13 dicembre 1966, venerato e stimato quasi fosse un santo.

Numerosi furono gli aneddoti che circolarono sui suoi presunti poteri taumaturgici e miracolosi.

Si racconta ad esempio che Monsignor Faè fosse in fin di vita già nel 1965 e che per questo la curia di Vittorio Veneto avesse pensato di sostituirlo. Giunti a Montaner con l'auto un sacerdote e il segretario del vescovo per portar via Giuseppe Faè, egli, supplicandoli, disse che voleva morire lì dove aveva vissuto per così tanti anni. I due insistettero e caricarono in macchina il vecchio monsignore piangente, accompagnato da don Antonio.

La popolazione di Montaner aveva regalato, tempo addietro, un anello al suo parroco. Al momento di andarsene egli lo porse a don Antonio dicendo queste parole: “Guarda che è pesante da portare.”

Salì in auto a malincuore, ma questa non ne volle sapere di partire. Dopo vari tentativi tutti scesero e venne chiamato un meccanico da Vittorio Veneto. Quando arrivò, non trovò nessun guasto; mise in moto la macchina subito e tranquillamente. Visto ciò, i rappresentanti della curia se ne andarono e lasciarono morire monsignor Faè nel suo paese, a Montaner.

Per ben comprendere i fatti avvenuti dopo la morte di monsignor Faè, è importante fare un piccolo cenno alla situazione politica del paese negli anni appena precedenti.

Nel 1960 prese forma una sorta di protesta civile nei confronti del comune di Sarmede, a cui Montaner apparteneva e al quale, a causa di sentimenti campanilistici e di difficoltà materiali, richiedeva maggiore autonomia: alle elezioni amministrative nessun montanerese si candidò in una lista e votò (alle urne si sono recate solamente quattro persone, probabilmente emigranti che necessitavano di dimostrare di aver votato per ottenere il biglietto gratuito per tornare al paese di lavoro.

Vista l'inefficacia ditale tattica, nel 1964 venne costituita una lista chiamata “Unione democratica montanerese”, formata da una coalizione di tutti i partiti presenti a Montaner, cioè Dc, Pci, Psi, Psu, Msi.

Essa fu appoggiata dallo stesso monsignor Faè: durante la funzione liturgica della domenica delle elezioni, il suo sermone si incentrò sui bisogni primari della popolazione del paese, sul grano e sul pane. L'allusione alla “Unione democratica montanerese” fu palese dato che il simbolo scelto da questa rappresentava un mazzo di spighe.

Tale lista ottenne la maggioranza dei voti e 16 seggi in comune. I restanti 4 furono assegnati alla Democrazia Cristiana. Per quanto riguarda il sindaco, venne rieletto il precedente democristiano, Antonio Costalonga, probabilmente per la mancanza di un valido candidato all' interno dell' Unione.

L'antagonismo tra Sarmede e Montaner e la rivendicazione di autonomia di quest'ultimo, dimostrata dalle elezioni del 1964, hanno probabilmente radici lontane, forse risalenti al 1810 quando Montaner perdette il suo status di comune libero; trovava comunque, ragione nella lontananza tra i due paesi, uno a valle e uno a monte, e nella densità abitativa montanerese, superiore a quelle della sede comunale.Una conflittualità che si rinnovava nella vita quotidiana: alcuni servizi primari, come il medico di condotta e le sedi amministrative (un ufficio postale a Montaner fu aperto solo nel 1952) erano a Sarmede e questo significava doversi recare lì, per strade dissestate e nella maggior parte dei casi a piedi, per ottenere semplici certificati o ricette mediche.

Tale rivalità, sempre latente, e sicuramente presente all'indomani del 13 dicembre 1966, fu un aspetto da non sottovalutare tra le componenti di insofferenza e instabilità che portarono alla nascita della protesta.

Il 13 dicembre 1966 morì monsignor Giuseppe Faè e il 16 dello stesso mese si tennero i funerali alla presenza di tutto il popolo montanerese e del vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani.

Nei giorni seguenti maturò, definitivamente, tra la popolazione dell'abitato, l'idea che don Antonio Botteon, il cappellano che si occupava da tre anni del vecchio monsignore, potesse essere il parroco perfetto per il paese. Contemporaneamente la curia di Vittorio Veneto nominava già il nuovo parroco per Montaner, don Giovanni Gava, già arciprete di Sant'Anastasio di Cessalto, il cui insediamento sarebbe avvenuto il 22 gennaio del 1967.

Sicuramente don Antonio rappresentò una valida alternativa per i montaneresi: era noto il suo impegno rivolto ai giovani (per loro aveva creato un cineforum e un campetto da calcio) e alla comunità fatta anche di emigranti (organizzò un viaggio in Germania per permettere ad alcune famiglie di far visita ai propri cari).

Si era ben inserito nel contesto del paese: andava a caccia con i più anziani, responsabilizzava chiunque volesse partecipare alle attività parrocchiali, si era preso cura del vecchio, malato e tanto amato parroco.

Si possono rintracciare, dunque, tre sostanziali motivazioni, che giustificarono la volontà di avere come parroco don Antonio: per una presunta promessa fatta dal vescovo di Vittorio Veneto'; perché egli era il degno successore spirituale di monsignor Faè e ne aveva raccolto l'eredità; perché lo stesso monsignore lo aveva designato suo successore, a voce e in un testamento andato perduto.

Tuttavia, le considerazioni fatte esulavano dal diritto canonico, la cui posizione veniva ovviamente difesa dalla curia di Vittorio Veneto. La nomina dei parroci è, di regola, competenza del vescovo come disposto dal canone 523 del regolamento ecclesiastico.

A Montaner si costituì un comitato e si organizzò una prima visita al vescovo in cui si propose di far rimanere don Antonio o come parroco o come cappellano.

La risposta fu negativa: non solo, per legge, non era contemplata l'elezione del proprio parroco da parte di una comunità, ma don Antonio era troppo giovane per amministrare una parrocchia e non si riteneva necessario un cappellano per un paese simile, probabilmente perché troppo piccolo.

La parte della popolazione che non accettò la soluzione individuata dal vescovo dell’epoca Mons. Albino Luciani, con l’invio del nuovo parroco don Lorenzo De Conto, nella sera del 26 dicembre 1968, davanti il piazzale della chiesa cattolica, partecipò alla prima messa di rito ortodosso.

La comunità ortodossa proveniva da Montalto Dora, vicino a Torino, ed era di rito russo. Il contatto avvenne tramite una donna montanerese che per motivi di lavoro si era trovata da quelle parti. Il pastore mandato si chiamava padre Claudio, al secolo Bruno Vettorazzo, nativo di San Zenone degli Ezzelini (in provincia di Treviso), che si stabilì definitivamente a Montaner tra il giugno e il luglio del 1969.

Le prime funzioni vennero celebrate in un garage e poi in una casa privata.

Qualcuno, in seguito, fornì il terreno per la costruzione della chiesa che venne edificata in un paio di mesi una cinquantina di metri sotto quella cattolica, e consacrata il 7 settembre del 1969 alla presenza dell'arcivescovo di Seurog, Antonio Bloom, esarca in Europa occidentale per il patriarcato di Mosca.

La comunità ortodossa è ancora presente nel paese. Attualmente esiste un monastero di suore. Il 5 marzo 2008 sua Santità Bartolomeo I di Costantinopoli ha fatto visita al monastero ricevuto da prefetto, sindaco, autorità militari, civili e religiose, compreso il vescovo cattolico della diocesi di Vittorio Veneto, appena insediato, Corrado Pizziolo.

Il popolo di Montaner comunque, dopo gli anni bui della fine degli anni sessanta, si era già riavvicinato. Un ruolo simbolico importante in tal senso è avvenuto nel 2005, quando una delegazione della comunità ortodossa, con le suore era stata invitata alla cerimonia di inaugurazione dell’opera scultorea realizzata in memoria di Mons. Giuseppe Faè e della sorella Giovanna, presieduto dal vescovo Giuseppe Zenti e che aveva visto la partecipazione numerosi prelati e sindaci della zona.

Nel Foglio di congedo illimitato, conservato nella Parrocchia di San Pancrazio in Montaner, si legge che il soldato Giueppe Faè, arruolato di leva di 1^ categoria, numero di matricola 21130 bis (28), figlio di Enrico e di Moras Rosa Antonia, nato il 4 marzo 1885 a Gaiarine, aveva una statura di metri 1,78, capelli neri, occhi bruni, colorito pallido, dentatura sana. Di professione sacerdote, sapeva leggere e scrivere. Arruolato il 6 maggio 1916, giunto al reparto l’ 11 luglio 1916, aveva prestato servizio nella 5^ Compagnia di Sanità ed era stato collocato in congedo il 15 agosto 1919. Risulta aver tenuto buona condotta ed aver servito con fedeltà ed onore.

Nel certificato n. 2621, datato 24 giugno 1918, del Commissario Prefettizio di Casteggio (Pavia), che aveva la rappresentanza sui comuni di Miane, Follina, Cison di Valmarino e Revine-Lago , si attesta che il sacerdote Faè don Giuseppe in servizio fin dall’11 luglio 1916 e che all’epoca si trovava presso l’Ospedale da Campo n. 091[1], era stato investito del Regio Placet del 1913 in qualità di Arciprete della Chiesa dei SS. Gervasio e Protasio di Corbanese, frazione di Tarzo, poiché il comune era invaso dal nemico.

Scavando tra le carte dell’archivio parrocchiale si scopre la tessera numero 9398 rilasciata a Don Giuseppe Cav. Faè dalla Sezione ANA di Vittorio per la partecipazione alla XV adunata nazionale dell’ANA a Roma, nei giorni 13, 14 e 15 aprile 1934. La tessera conteneva una serie di sconti per i mezzi pubblici di trasporto, da fruire nel periodo della manifestazione.

Il suo legame con gli alpini traspare in una foto di una festa della classe 1924, nella quale molti coetanei indossano il cappello alpino, così come il sacerdote che, per l’occasione, esibisce tre medaglie appuntate al petto.

Gregorio Zanette (Giorgio Gabana)[3], ricorda i suoi vent'anni vissuti in guerra.

Quando mi fui arruolato un capitano raccontò a noi reclute la storia del nostro Reggimento, trasferito per punizione dal Veneto alla Sardegna. Narrava l'ufficiale che durante la Prima Guerra mondiale i pezzi di artiglieria da montagna dei cannoni 75/13 in dotazione al Reggimento fossero in realtà stati sottratti agli austriaci nel corso di alcune battaglie, dopo aver sfondato la linea nemica. Ad ogni pezzo era stato attribuito il nome di un militare e della quota del luogo dove fu conquistato ( ad esempio: Tenente Tal dei Tali medaglia d'Oro al Valor Militare quota 500 m.). Il reparto era valoroso, aveva combattuto in trincea sulle linee del Carso e dell'Isonzo dove subì molte perdite. Venne impiegato più volte perché, a differenza di altri, si era dimostrato in grado di avanzare tra le fila nemiche. Il generale che lo comandava, tuttavia, preso atto della grave situazione in cui versavano le proprie truppe, in gran parte decimate, oppose il suo rifiuto ad una terza richiesta di invio in trincea, rappresentando che la turnazione avrebbe dovuto coinvolgere altri contingenti. Il rifiuto non fu dimenticato dai vertici militari alla fine del conflitto mondiale. Infatti il 4° Reggimento Artiglieria da Montagna che apparteneva al Gruppo di Conegliano assunse la denominazione di 40° Reggimento Artiglieria Montagna Someggiata, gli venne assegnato un nuovo fregio e venne fu trasferito per punizione in Sardegna, dove avrebbe dovuto rimanere per vent'anni, fino al 1940. Quell'anno tuttavia scoppiò la Seconda guerra Mondiale e il reparto non rientrò più alle dipendenze del Gruppo di Conegliano. Avevo vent'anni quando arrivai in Sardegna a Sassari il 16 marzo 1940 ma, dopo neanche tre mesi, il 12 giugno 1940 scoppiò la Guerra ed io dovetti rimanere lì con i miei commilitoni. Eravamo accampati con le tende sotto i sugheri e gli olivi, ci spostavamo continuamente e verso la fine del 1943 abbiamo partecipato alle operazioni della Gallura, combattendo le truppe tedesche. Il Maresciallo Badoglio aveva assunto il comando delle Forze armate italiane, accettando la resa incondizionata. Gli alleati americani ci condussero prima a Cagliari e poi a Napoli, ad un campo di prigionieri italiani. Lì siamo rimasti per alcuni giorni in attesa di essere nuovamente dislocati sul territorio nazionale. Fummo assegnati alla V Armata americana sulla linea gotica, l'altra linea era quella adriatica. Per alcuni mesi abbiamo indossato una divisa verde oliva riservata ai prigionieri di guerra ed effettuavamo, ovviamente senza armi, lavori di carattere logistico al loro seguito. Quindi ci hanno fatto vestire un'altra divisa color kaki. Io poi fui destinato al Comando del 112° Reggimento Pionieri Italiani di Livorno su richiesta di un mio comandante, dove fortunatamente rimasi fino al congedo, come furiere, avvenuto l'11 novembre del 1945, giorno di San Martino.

A Montaner era attivo negli anni 50 dello scorso secolo un nucleo di iscritti alla Sezione di Vittorio Veneto dell'Associazione Nazionale Alpini il cui portavoce era Meno Corpo (Domenico Da Ros). Nel gennaio 1963 si è costituito con 70 iscritti l'attuale gruppo, alla guida di Oreste Pagot (Oreste Pizzol) conoscente del presidente della Sezione di Vittorio Veneto dott. Salvadoretti. In tale circostanza era stato deciso di organizzare la festa del gruppo montanerese la prima domenica del mese di gennaio. Il periodo era determinato dalla possibilità di sfruttare le ferie natalizie per avere la massima presenza di iscritti in paese, molti dei quali lavoravano nelle miniere all'estero. La cerimonia di costituzione si svolse in concomitanza con quella del sacello di Santa Barbara, patrona dei minatori, presieduta dal parroco dell'epoca Mons. Giuseppe Faè, che fu tra gli iscritti e co-promotore del nuovo gruppo alpini. Il rinfresco venne effettuato presso l'ex circolo Enal, all'epoca gestito da Oreste Gabana (Oreste Zanette) che aveva un'invalidità ad una gamba.

Tra le iniziative che ricordo con piacere è quella avviata dopo il 1985, quando sono diventato capogruppo, relativa all'estensione della gita annuale in montagna con la consumazione del rancio confezionato al campo dai partecipanti, non solo agli iscritti, ma a tutta la popolazione locale, per promuovere l'unità del paese, diviso dalle note vicende religiose tra ortodossi e cattolici. Devo dire che la cosa ebbe successo e contribuì alla riunificazione del paese superando le dolorose barriere ideologiche che si erano create.

I capi gruppo furono nell'ordine:

- dal 1963 Oreste Pizzol (Oreste Pagot),

- Giocondo Lorenzon (Iocondo Moro), fino alla morte avvenuta il 6.2.1985. In tale periodo fui vice capo gruppo,

- dal 6.2.1985 ressi il gruppo fino al 1990.

Poi mi succedettero:

- Franco Pianca,

- Salvatore Pianca,

- Salvatore De Martin,

- Francesco De Martin.

Le riunioni del gruppo si sono svolte per molti anni presso l'osteria da Iocondo Moro, anche dopo la sua morte, durante la mia reggenza. Quindi per un paio di anni la sede provvisoria del gruppo è stata individuata presso l'ex tabacchino vicino al grosso gelso (morer) di via Gava.

Verso i primi anni del 1990 alcuni iscritti al gruppo alpini, tra i quali Gregorio Zanette, Giampaolo Dus, Giovanni Zanette (Iovanin Zheche) provenienti dai reparti di artiglieria da montagna, si trovarono al bar “Alla Guardiana” per la costituzione di una sezione di artiglieri con lo scopo di coinvolgere nell'associazionismo coloro che non avevano operato in reparti montani dell'artiglieria. La cosa avvenne. Il presidente fu Giovanni Zanette ed il segretario Giampaolo De Luca. Quest'ultimo per un periodo stilò un foglio informativo sulla sezione. Il passo successivo fu quello di proporre agli iscritti la fusione delle due associazioni. Venne così a delinearsi l'attuale denominazione del sodalizio d'armi in: “Gruppo Alpini ed Artiglieri di Montaner”. La cerimonia avvenne presso il sacello di santa Barbara.

Dagli anni '90 la festa del gruppo avviene con al celebrazione di una messa da parte di un cappellano militare, se disponibile, presso le scuole elementari di Montaner, un corteo con le autorità, tra le quali il sindaco, lungo le vie XXV Aprile e Gava fino al sacello di Santa Barbara, a tempo di marcia suonata dalla banda alpina di Borsoi (BL), con la deposizione di una corona d'alloro ai caduti e le allocuzioni del sindaco, dei presidenti sezionali e locali di alpini ed artiglieri, l'alzabandiera ed il silenzio. Al termine il rancio per un periodo svoltosi presso il salone dell'asilo parrocchiale. Il gruppo inoltre partecipa con una propria delegazione ed il gagliardetto alle feste sezionali e nazionali dell'associazione.

Fin dalla costituzione il gruppo alpini ha dato il proprio contributo con abnegazione alle diverse iniziative culturali, sportive, tradizionali e sociali svoltesi nel paese di Montaner, come l'aiuto per la sicurezza, la viabilità ai ristori fornito ogni primo maggio, a partire dal 1973, all'organizzazione dell'annuale marcia non competitiva delle Lumache. La disponibilità per lo svolgimento della sagra paesana in programma la quarta domenica di ottobre. La gestione della manutenzione di alcuni sentieri montani della zona.

Nel 1990 sono state effettuate opere a favore del santuario di Sant’Augusta a Serravalle.

L'idea di una sede definitiva fu formulata con vigore dal compianto capo gruppo Salvatore Pianca. La sfida fu raccolta, e nel 2010, dopo 7 anni di lavori, il sogno si è trasformato in realtà con l'inaugurazione della struttura che ha ospitato la festa sezionale. L'immobile è costruito su tre piani complessivi. …......

La sede è intitolata a Mons. Giuseppe Faè.

  • Wikipedia, enciclopedia libera (http://it.wikipedia.org/wiki/Alpini).
  • Germano De Zolt, Gli alpini da AbbaGarima a Nikoljewka, Panfilo Castaldi, Feltre, 1958, 233pag
  • Dario Iovino Gavino, Le glorie delle truppe alpine nel centenario della fondazione, Teate, Chieti, 1972
  • Paolo Proserpio, Le battaglie degli alpini: dalle origini alla campagna di Russia, Varesina editrice, 1972, 207pag
  • Emilio Faldella, Storia delle truppe alpine: 1872-1972, Cavalotti Landoni, Milano, 1972,
  • Luciano Vizzi, Gli Alpini, 1872-1945, Ciarrapico, 1978, 301 pag
  • Carlo Chiavazza, Scritto sulla neve, Città armoniosa, Reggio Emilia, 1980, ISBN 8870011062, 127 pag
  • Nuto Revelli, La strada del davai, Einaudi, Torino, 1980, 601 pag
  • Celestino Margonari, Alpini, una famiglia, Manfrini, 1983, ISBN 8870242153, 608 pag
  • Filippo Bonfant, Alpini... Sempre, Musumeci, 1984, ISBN 8870321762, 256 pag
  • Luciano Viazzi, 1940-1943 i diavoli bianchi: gli sciatori nella 2 guerra mondiale: Storia del Battaglione Monte Cervino, Arcana, Milano, 1984, ISBN 8885008615, 303 pag
  • Gianni Oliva, Storia degli alpini, Rizzoli, 1985, ISBN 8817535834, 252 pag
  • Franco Brunello, Le parole degli alpini, Rossato, 1987, ISBN 8881300222, 272 pag
  • Irnerio Forni, Alpini garibaldini. Ricordi di un medico nel Montenegro dopo l'8 settembre, Mursia, Milano, 1992, ISBN 8842511552, 208 pag
  • G. Paris, Alpini. Canti e immagini, Bellavite, 1992, ISBN 8886832028, 240 pag
  • Vincio Delleani, Non vogliamo encomi: cronache del 30° battaglione guastatori nella campagna di Russia, 1942-1943, Mursia, Milano, 1996, ISBN 8842521159, 203 pag
  • Giorgio Gazza, Urla di vittoria nella steppa: fronte russo 1943, gli alpini del Val Chiese a Scheljakino, Malajewka w Arnautowo, Murisa, Milano, 1996 ISBN 8842521035, 134 pag




[1] L’Ospedale da Campo n. 091 era diretto dal Cap. Carlo Sirtori e si trovava in località Brazzano (http://www.grandeguerrafvg.org/page/content/menu/4;21/detail/231), ora frazione del comune di Cormons nel goriziano. Il paese, ubicato ai piedi del Collio in una zona prevalentemente agricola, segnava un tempo il confine fra l' Italia e l'Austria e, sino al 1918, fu l' ultimo comune dell’ Impero Asburgico. (http://isontino.com/p.php?d=cormons&p=brazzano)

[2] Intervista effettuata il 17 luglio 2009 da Salvador Fabrizio, iscritto al gruppo Alpini ed Artiglieri di Montaner.

[3] nato a Montaner di Sarmede il 2 dicembre 1920, andato avanti nel 2010.

Ultimo aggiornamento (Domenica 20 Gennaio 2013 23:51)

 

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