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Lo scisma di Montaner del 1967 su Raitre
Postato il Saturday, 09 December @ 12:07:17 CET di fabrizio

Religione La rete televisiva pubblica nazionale RAITRE, nella serata di mercoledì 6 dicembre 2006, ha mandato in onda la replica di un documentario speciale sulla vita di Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, morto nel 1978, dopo solo un mese di pontificato. Nel servizio si parla anche del caso dello scisma del paese di Montaner, che lo ha coinvolto quando era vescovo di Vittorio Veneto. (Dopo pochi minuti gli utenti online di questo sito erano già una quarantina). Alla morte del parroco Mons. Giuseppe Faè, avvenuta il 13 dicembre 1966, numerosi fedeli ritenevano che la conduzione della parroccchia dovesse essere affidata al cappellano. Ma il vescovo non era dello stesso avviso per ragioni di opportunità e di diritto canonico. Nacque una protesta che generò anche uno scisma religioso con la creazione di una comunità ortodossa, ancora oggi presente. Per saperne di più può essere utile la lettura del testo di seguito riportato.

Indice

Indice Generale

Lo scisma di Montaner 1967-69

Le premesse del conflitto

Monsignor Giuseppe Faè (1885-1966)

la Resistenza (1943-1945) e Giovanna Faè .

Don Galera, volano socio economico di Montaner

Una prima protesta civile

Lo scoppio del conflitto

Cronologia del conflitto: gennaio 1967- novembre 1969

Lo scisma e la nuova comunità ortodossa

Le prime messe e la nuova chiesa ortodossa .

Padre Claudio, al secolo Bruno Vettorazzo

Evoluzione della chiesa ortodossa

Lo scisma di Montaner 1967-69

Le premesse del conflitto

Monsignor Giuseppe Faè (1885-1966)

Giuseppe Faè nacque a Campomolino, frazione di Gaiarine (TV), il 4 marzo 1885.

Entrò in seminario nel 1899 e fu ordinato sacerdote nel 1909. Cominciò la sua carriera ecclesiastica come cappellano a Farra di Soligo, successivamente fu direttore del patronato di Ceneda. Parroco a Corbanese per 11 anni, passò poi a lavorare nell'Azione Cattolica di Vittorio Veneto e nel settimanale diocesano “L'Azione”, di cui fu direttore nei primi anni Venti.

Il 22 gennaio 1927 venne mandato a reggere la parrocchia di Montaner, piccolo centro tra le montagne, una sorta di confino ecclesiastico per la sua presa di posizione antifascista sulle pagine del giornale della diocesi.

La sua attività in questo paese lasciò fin da subito una profonda traccia.

Si adoperò per il miglioramento delle strutture e dei servizi: diresse i lavori per la costruzione di un asilo, un orfanotrofio, una chiesetta, intitolata a San Giovanni Bosco, e una saletta, poi adibita a teatro e cinema. Tutto questo era già funzionante nel 1945, finanziato perfino dal governo Mussolini nonostante il dichiarato antifascismo del monsignore (e questo può stare a indicare sia l'interesse che Giuseppe Faè sentiva per il paese, così ampio da varcare i confini e le antipatie politiche, sia il suo temperamento deciso e risoluto. La sua forte personalità, il suo spiccato carisma e i suoi atteggiamenti autoritari e rigidi contribuirono a creare il ruolo di guida non solo spirituale, ma anche sociale e culturale che egli rappresentò per la popolazione montanerese. Simboleggia la figura di un parroco, dunque, a cui non veniva richiesta solo l'assistenza morale e pastorale, come può essere la celebrazione di un rito o una benedizione, ma anche di provvedere alle esigenze fisiche e materiali della comunità, di mantenere i rapporti con il mondo esterno, di essere intercessore e rappresentante.

Intorno ad una tale effigie il paese trovò coesione, soprattutto in un momento drammatico quale fu la guerra civile, scoppiata dopo l'8 settembre 1943.

la Resistenza (1943-1945) e Giovanna Faè

La Resistenza segnò un periodo dinamico per l'abitato: Montaner divenne un centro di mediazione tra la pianura e la montagna. L'organizzazione partigiana cominciò da subito, soprattutto in funzione difensiva per gli ex prigionieri di guerra e per i soldati dell'esercito italiano allo sbando.

Le prime azioni vennero svolte con la collaborazione di monsignor Faè: procurò i necessari quantitativi di generi alimentari per i fuggiaschi, raccogliendoli dai contadini in pianura e sistemandoli nel magazzino dell'asilo o nella Cappella della Madonna di Lourdes, all'interno della parrocchiale, e organizzò i rifugi nelle stalle situate verso la montagna per gli sbandati

Dopo l'inizio dei primi atti di sabotaggio e della raccolta d'armi (per tale necessità il campanile della chiesa si trasformò in un deposito su iniziativa di un gruppo montanerese guidato dal cattolico-socialista Bitto Giovan Battista, “Pagnoca”, da cui poi nascerà la formazione di maggior peso e consistenza numerica del vittoriese, poi brigata e infine Gruppo Brigate Vittorio Veneto, con il vicecomandante Ermengildo Pedron, “Libero” e il commissario Attilio Tonon, “Bianco” Montaner divenne un vero proprio quartier generale della Resistenza, un centro di informazioni, un passaggio obbligato per quanti desideravano partecipare alle formazioni partigiane del Cansiglio.

E la canonica fu il luogo fisico di tale passaggio: monsignor Faè, assistito dalla sorella Giovanna, sosteneva spiritualmente e materialmente i futuri partigiani.

Il 27 marzo 1944 monsignor Faè e la sorella vennero arrestati per attività antifascista, traditi da due falsi partigiani''. Vennero portati a Udine, interrogati e condannati a morte: Giovanna Faè partì per un campo di concentramento e non fece più ritorno, mentre il fratello, per probabile intercessione di più esponenti della chiesa cattolica, (primo fra tutti l'arciprete di Pordenone, in seguito vescovo di Belluno e Feltre, Gioacchino Muccin,) si salvò, rinchiuso nel seminario di Vittorio Veneto, sua abitazione coatta fino alla Liberazione.

L'effettiva salita nella montagna del Cansiglio dei partigiani avvenne solo dopo l' arresto dei fratelli Faè..

Il paese era soggetto a continui rastrellamenti fascisti per sapere dove si trovavano le forze partigiane ed era stato creato un presidio militare (“della Friga”) proprio appena a valle dell'abitato.

Don Galera, volano socio economico di Montaner

A seguito dell'esperienza in carcere don Faè cominciò ad essere chiamato, e a firmarsi egli stesso, “don Galera”.

Ritornò poi a Montaner il 3 maggio 1945 e continuò la sua opera: si impegnò per ottenere la linea telefonica, la luce elettrica, l'acqua corrente nelle case, il servizio giornaliero di corriere per Vittorio Veneto, l'apertura di un ufficio postale, la costruzione di un nuovo edificio scolastico.

Si trovò ad affrontare i problemi di un paese scosso dalla guerra, povero di risorse e di prospettive socio-economiche. Montaner era terra di emigrazione (prima Stati Uniti, Sud America, Canada e Australia, poi Germania, Belgio e Svizzera e infine Libia), di minatori sparsi per il mondo, di donne costrette a prendere servizio come domestiche nelle ricche case in pianura, di uomini che si dedicavano alla vita ecclesiastica per sfuggire alla miseria.

Nel 1961 fece costruire un sacello in onore di Santa Barbara, patrona, appunto, dei minatori, in ricordo degli operai morti per cause di lavoro e soprattutto di silicosi

Nella sua attività di parroco monsignor Faè venne affiancato spesso da cappellani, almeno a partire dal l948 Gli ultimi tre anni e mezzo della sua vita venne assistito, anche nella malattia dal giovane cappellano don Antonio Botteon.

Egli morì il 13 dicembre 1966, venerato e stimato quasi fosse un santo.

Numerosi furono gli aneddoti che circolarono, e che circolano tuttora, su suoi comportamenti bizzarri e su suoi presunti poteri taumaturgici e miracolosi.

Due in particolare possono essere significativi ai fini della ricerca.

Si racconta di una famiglia contadina che possedeva dei maiali, i quali fin dalla nascita non crescevano normalmente. Il capo famiglia si recò, allora, da monsignor Faè per ricevere una benedizione che permettesse agli animali di svilupparsi e sfamare così i proprietari. Il vecchio parroco disse di non preoccuparsi: in cambio della guarigione delle bestie avrebbe voluto il maiale più grande come compenso. Il contadino accettò, ma quando fu l'ora di pagare il debito, portò al monsignore il maiale più piccolo. Egli gli disse allora che non aveva rispettato i patti e che avrebbe dunque pagato le conseguenze del suo gesto irrispettoso. Quando il contadino tornò a casa trovò tutte le altre bestiole morte.

Ancora si racconta che monsignor Faè fosse in fin di vita già nel 1965 e che per questo la curia di Vittorio Veneto avesse pensato di sostituirlo. Giunti a Montaner con l'auto un sacerdote e il segretario del vescovo per portar via Giuseppe Faè, egli, supplicandoli, disse che voleva morire lì dove aveva vissuto per così tanti anni. I due insistettero e caricarono in macchina il vecchio monsignore piangente, accompagnato da don Antonio.

La popolazione di Montaner aveva regalato, tempo addietro, un anello al suo parroco. Al momento di andarsene egli lo porse a don Antonio dicendo queste parole: “Guarda che è pesante da portare.”

Salì in auto a malincuore, ma questa non ne volle sapere di partire. Dopo vari tentativi tutti scesero e venne chiamato un meccanico da Vittorio Veneto. Quando arrivò, non trovò nessun guasto; mise in moto la macchina subito e tranquillamente. Visto ciò, i rappresentanti della curia se ne andarono e lasciarono morire monsignor Faè nel suo paese, a Montaner.

Una prima protesta civile

Per ben comprendere i fatti avvenuti dopo la morte di monsignor Faè, è importante fare un piccolo cenno alla situazione politica del paese negli anni appena precedenti.

Nel 1960 prese forma una sorta di protesta civile nei confronti del comune di Sarmede, a cui Montaner apparteneva e al quale, a causa di sentimenti campanilistici e di difficoltà materiali, richiedeva maggiore autonomia: alle elezioni amministrative nessun montanerese si candidò in una lista e votò (alle urne si sono recate solamente quattro persone, probabilmente emigranti che necessitavano di dimostrare di aver votato per ottenere il biglietto gratuito per tornare al paese di lavoro.

Vista l'inefficacia ditale tattica, nel 1964 venne costituita una lista chiamata “Unione democratica montanerese”, formata da una coalizione di tutti i partiti presenti a Montaner, cioè Dc, Pci, Psi, Psu, Msi.

Essa fu appoggiata dallo stesso monsignor Faè: durante la funzione liturgica della domenica delle elezioni, il suo sermone si incentrò sui bisogni primari della popolazione del paese, sul grano e sul pane. L'allusione alla “Unione democratica montanerese” fu palese dato che il simbolo scelto da questa rappresentava un mazzo di spighe.

Tale lista ottenne la maggioranza dei voti e 16 seggi in comune. I restanti 4 furono assegnati alla Democrazia Cristiana. Per quanto riguarda il sindaco, venne rieletto il precedente democristiano, Antonio Costalonga, probabilmente per la mancanza di un valido candidato all' interno dell' Unione.

L'antagonismo tra Sarmede e Montaner e la rivendicazione di autonomia di quest'ultimo, dimostrata dalle elezioni del 1964, hanno probabilmente radici lontane, forse risalenti al 1810 quando Montaner perdette il suo status di comune libero; trovava comunque, ragione nella lontananza tra i due paesi, uno a valle e uno a monte, e nella densità abitativa montanerese, superiore a quelle della sede comunale.Una conflittualità che si rinnovava nella vita quotidiana: alcuni servizi primari, come il medico di condotta e le sedi amministrative (un ufficio postale a Montaner fu aperto solo nel 1952) erano a Sarmede e questo significava doversi recare lì, per strade dissestate e nella maggior parte dei casi a piedi, per ottenere semplici certificati o ricette mediche.

Tale rivalità, sempre latente, e sicuramente presente all'indomani del 13 dicembre 1966, fu un aspetto da non sottovalutare tra le componenti di insofferenza e instabilità che portarono alla nascita della protesta.

Lo scoppio del conflitto

Cronologia del conflitto: gennaio 1967- novembre 1969

Il 13 dicembre 1966 morì monsignor Giuseppe Faè e il 16 dello stesso mese si tennero i funerali alla presenza di tutto il popolo montanerese e del vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani.

Nei giorni seguenti maturò, definitivamente, tra la popolazione dell'abitato, l'idea che don Antonio Botteon, il cappellano che si occupava da tre anni del vecchio monsignore, potesse essere il parroco perfetto per il paese. Contemporaneamente la curia di Vittorio Veneto nominava già il nuovo parroco per Montaner, don Giovanni Gava, già arciprete di Sant'Anastasio di Cessalto, il cui insediamento sarebbe avvenuto il 22 gennaio del 1967.

Sicuramente don Antonio rappresentò una valida alternativa per i montaneresi: era noto il suo impegno rivolto ai giovani (per loro aveva creato un cineforum e un campetto da calcio) e alla comunità fatta anche di emigranti (organizzò un viaggio in Germania per permettere ad alcune famiglie di far visita ai propri cari).

Si era ben inserito nel contesto del paese: andava a caccia con i più anziani, responsabilizzava chiunque volesse partecipare alle attività parrocchiali, si era preso cura del vecchio, malato e tanto amato parroco.

Si possono rintracciare, dunque, tre sostanziali motivazioni, che giustificarono la volontà di avere come parroco don Antonio: per una presunta promessa fatta dal vescovo di Vittorio Veneto'; perché egli era il degno successore spirituale di monsignor Faè e ne aveva raccolto l'eredità; perché lo stesso monsignore lo aveva designato suo successore, a voce e in un testamento andato perduto.

Tuttavia, le considerazioni fatte esulavano dal diritto canonico, la cui posizione veniva ovviamente difesa dalla curia di Vittorio Veneto. La nomina dei parroci è, di regola, competenza del vescovo come disposto dal canone 523 del regolamento ecclesiastico.

A Montaner si costituì un comitato e si organizzò una prima visita al vescovo in cui si propose di far rimanere don Antonio o come parroco o come cappellano.

La risposta fu negativa: non solo, per legge, non era contemplata l'elezione del proprio parroco da parte di una comunità, ma don Antonio era troppo giovane per amministrare una parrocchia e non si riteneva necessario un cappellano per un paese simile, probabilmente perché troppo piccolo.

Nella notte tra il 20 e il 21 gennaio del 1967 furono allora murate le porte della chiesa e della canonica, dove all'interno si trovava don Antonio, che fuggì da una apertura laterale e si allontanò dal paese.

La sera del 21 gennaio giunsero in paese le masserizie del nuovo parroco, don Gava, ma fu impedito all'autocarro di scaricare, nonostante la presenza della polizia e dei carabinieri.

Elementi costanti di questa ‘ furono due: la presenza continua, appunto, delle forze dell'ordine, che raggiunse l'apice alla fine del gennaio 1968, quando don Antonio partì definitivamente, con l'arrivo della Celere di Padova e il soggiorno stabile di poliziotti a Montaner, e la popolazione in piazza.

Le vie che portavano al paese furono per tutto il tempo della protesta sorvegliate e la gente, avvisata casa per casa qualora si prospettasse un pericolo, si radunava davanti la chiesa.

Il ruolo delle donne fu di enorme importanza: costituirono principalmente i turni di guardia alle porte della chiesa e della canonica, bloccarono più di una volta i tentativi dei rappresentanti della curia di entrare nella parrocchiale, spaventarono con ingiurie i candidati parroci di volta in volta inviati. Le loro azioni vanno probabilmente inserite nel contesto storico-sociale del paese: spesso erano ‘ bianche”, con i mariti emigrati all'estero, o comunque i loro uomini erano assenti da casa per tutta la giornata, al lavoro nelle città vicine. Gestivano, dunque, completamente l'economia familiare e possedevano materialmente il tempo di portare avanti la protesta.

Inoltre erano figure intoccabili per poliziotti e carabinieri.

Ma la loro funzione di guida e la loro emancipazione (si badi, non all'interno della famiglia, dove la struttura rimase patriarcale, ma come inizio di presenza nel tessuto sociale) provengono, forse, dalla partecipazione alla Resistenza, che le vide direttamente o indirettamente coinvolte e che insegnò loro l'importanza della collaborazione e del ruolo femminile per la società

I muri alle porte della canonica e della chiesa rimasero alzati per alcuni giorni:

davanti ad essi si organizzarono turni di guardia e falò per proteggersi dal freddo. Vennero poi fatti abbattere dalle forze dell'ordine, intorno al 25 gennaio, ma la protesta non cessò e neppure la sorveglianza e il controllo dell'ingresso della chiesa, sbarrato ora con lucchetti e catene.

Ai primi di febbraio un'altra delegazione, con una sottoscrizione di 388 famiglie su 403, si presentò al vescovo di Vittorio Veneto con la proposta che il cappellano rimanesse in parrocchia per due o tre mesi affiancato da un parroco, escluso don Giovanni Gava, in modo che gli animi si potessero calmare e tornasse la pace.

I montaneresi proposero, in cambio, di sistemare a loro spese la chiesa parrocchiale (banchi e pavimentazione nuova, riscaldamento agli edifici ecclesiastici). La risposta fu nuovamente negativa e il conflitto si inasprì.

La curia di Vittorio Veneto, continuando a difendere un posizione di diritto, mandò più volte dei rappresentanti, tra cui monsignor Igino Facchinello, presidente della Pontificia Opera di assistenza della diocesi, affiancati da fabbri e carabinieri, con il fine di aprire la porta e portar via le Specie Eucaristiche dalla chiesa parrocchiale.

Ogni tentativo fu bloccato, con qualche episodio di violenza tra i manifestanti, le forze dell'ordine e gli inviati curiali (una donna venne morsicata al braccio e altre vennero malmenate).

Si organizzò un corteo di bambini e ragazzi con cartelli del tipo:” Eravamo credenti e ci avete morsicato con i denti”, “Per quattro menarosti la gente di Montaner deve soffrire”, “Avete morsicato le nostre mamme. Ora basta. I bambini di Montaner.”

Il 9 febbraio 1967 una delegazione di montaneresi partì per Roma, speranzosa in un colloquio con il papa Paolo VI. Non è chiaro se questo fu l'unico viaggio verso la capitale. I ricordi si mescolano e si confondono: si racconta di una spedizione svolta da quattro o cinque persone e di una formata da numerosi capifamiglia; si narra di un incontro negativo con un membro della segreteria di Stato, Dell'Acqua, che difese il vescovo della diocesi e di una azione coatta delle forze dell'ordine, che impedirono ai delegati di raggiungere il Vaticano.

Comunque fossero andate le cose, non fu trovata soluzione.

Risalì ai mesi di gennaio e febbraio dell'anno 1967 l'arrivo di rappresentanti di altre confessioni religiose, di protestanti e, in particolare, di ortodossi. Essi parlarono con la gente e si informarono sulla situazione, ma la possibilità di una conversione di fede non fu ancora seriamente presa in considerazione in quei primi momenti.

Il paese, dopo le prime azioni di protesta, appariva, comunque, più o meno compatto. Una esigua minoranza contraria o indifferente alla permanenza di don Antonio fu, fin da subito, presente, ma si ingrossò solo con il procedere della conflittualità: essa era rappresentata principalmente dai fabbriceri e da coloro che non credevano giusta la ribellione contro l'istituzione ecclesiastica cattolica.

Montaner si divise così in due fazioni, fra le quali scoppiò una vera e propria guerra, fatta di odi e divisioni tanto profondi da esse presenti ancora oggi.

Le due parti assunsero il nome di “topi”e “gatti”.

L'appellativo “topi di sacrestia” venne coniato proprio in riferimento a coloro che frequentavano spesso la canonica e che amministravano i beni della stessa e in seguito indicò gli uomini e le donne che rimasero cattolici.

Di conseguenza, la parte avversa cominciò a chiamarsi “gatti”, i gatti che mangiano i topi. Questi diventarono ortodossi.

Nella situazione di stallo che si era creata, i “topi”, in netta minoranza, si mossero per continuare ad avere un sacerdote che celebrasse le funzioni liturgiche: esse si svolsero presso l'asilo fatto costruire da monsignor Faè, presiedute spesso da don Romualdo Baldissera.

Si racconta che la prima messa si dovesse tenere nella piazza del paese, ma si levò un vento tanto forte che impedì la funzione all'aria aperta. Molti credettero che quel vento fosse l'anima di don Faè che si faceva presente. In altre occasioni verrà fatta la stessa lettura

Il comitato montanerese tentò un nuovo accordo per le festività pasquali.

Il vescovo Albino Luciani permise alla popolazione, che non gradiva un pastore secolare, di cercare un religioso di loro gradimento tra l'ordine dei francescani. Intanto avrebbe mandato un frate con l'incarico di parroco pro-tempore per circa sei mesi, allo scadere dei quali, tra una rosa di nomi, i parrocchiani avrebbero dovuto scegliere il loro parroco stabile. Il 19 marzo 1967 giunse a Montaner padre Casimiro,un carmelitano di Monselice. A nulla valsero i suoi sforzi di riappacificazione e allo scadere dei sei mese se ne andò'

Pur essendo stata concessa dal vescovo ai montaneresi la possibilità di scegliersi un parroco tra i religiosi, nessuno accettò l'incarico, scusandosi di non poterlo fare senza il benestare del vescovo stesso. Era un circolo vizioso.

Andatosene il frate, la curia di Vittorio Veneto non ricevette a colloquio il gruppo di Montaner, sciogliendo così i patti: mandò un nuovo parroco, don Pietro Vernier, già cappellano della parrocchia di San Giacomo di Veglia.

La data più cruenta di tutta la vicenda fu proprio il 12 settembre 1967, giorno del suo insediamento e dell'arrivo in paese del vescovo Luciani.

Don Pietro arrivò in una Fiat 500 ed entrò in canonica con la sua perpetua. Tutto il paese si riversò in piazza. Viste le porte aperte, donne e uomini inferociti si precipitarono nella casa del parroco e li rinchiusero nella soffitta. Solo in seguito gli si permise di telefonare in curia, per informarla sulla situazione.

Nel tardo pomeriggio giunse a Montaner il vescovo in persona, non senza essere stato prima preceduto dal vicequestore di Treviso, alcuni commissari, poliziotti e una corriera di carabinieri.

Su quello che disse davanti il sagrato della chiesa circolano molte versioni: nella memoria collettiva del paese è rimasto un suo gesto di disinteresse' una diatriba sulle mancate promesse, un altro muro. «La chiesa parrocchiale è padrona di se stessa e della casa canonica. Chi la rappresenta davanti allo Stato e la usa con pieno diritto è il parroco: in mancanza del parroco, il vescovo» che, in questo frangente, decise di chiuderla. Dopo poco se ne andò con i paramenti sacri e le chiavi.

Il 15 settembre la chiesa parrocchiale ricevette dunque l'interdetto: nessun sacerdote vi poteva celebrare funzioni e amministrare sacramenti, fino a nuovo ordine. La popolazione lo seppe leggendo un piccolo trafiletto scritto nel giornale.

La situazione si smosse nella notte tra il 24 e il 25 dicembre dello stesso anno.

Il comitato montanerese, in prossimità delle feste natalizie, si era nuovamente recato dal vescovo e aveva ottenuto un nuovo accordo: venne accettato don Lorenzo De Conto come nuovo parroco, che già operava a Marziai di Vas, assistito per un meseda don Antonio (all'arrivo del cappellano tanto amato il nuovo sacerdote non venne degnato di alcuna attenzione). Così, dopo un anno la popolazione si riuniva nuovamente tutta, “gatti” e “topi” insieme, a celebrare la vigilia di Natale.

I due gestirono insieme la parrocchia per circa trenta giorni, allo scadere dei quali si paventò una nuova protesta. Il 30 gennaio 1968 don Antonio lasciò per sempre Montaner, scortato da numerose forze dell'ordine, che sorvegliarono il paese per alcuni mesi a seguire. Poliziotti e carabinieri furono chiamati e rimasero di guardia anche per la presunta notizia che a Montaner fossero state trovate delle armi, subito associate a questa nuova “guerra”; la cosa fu difficilmente smentita dalla popolazione, visto che molti in casa avevano pistole e fucili dal tempo della Resistenza.

Ma non avvenne nulla e sembrò che la pace fosse nuovamente ritornata.

Lo scisma e la nuova comunità ortodossa

La prima messe della nuova comunità ortodossa

Il fatto che confermò che non vi fu rassegnazione in paese avvenne circa un anno dopo: nella sera del 26 dicembre 1968, davanti il piazzale della chiesa cattolica, venne celebrata la prima messa di rito ortodosso.

La comunità ortodossa proveniva da Montalto Dora, vicino a Torino, ed era di rito russo. Il contatto avvenne tramite una donna montanerese che per motivi di lavoro si era trovata da quelle parti. Il pastore mandato si chiamava padre Claudio, al secolo Bruno Vettorazzo, nativo di San Zenone degli Ezzelini (in provincia di Treviso), che si stabilì definitivamente a Montaner tra il giugno e il luglio del 1969.

Le prime funzioni vennero celebrate in un garage e poi in una casa privata

Qualcuno, in seguito, fornì il terreno per la costruzione della chiesa che venne edificata in un paio di mesi una cinquantina di metri sotto quella cattolica, e consacrata il 7 settembre del 1969 alla presenza dell'arcivescovo di Seurog, Antonio Bloom, esarca in Europa occidentale per il patriarcato di Mosca.

La realizzazione dello stabile segnò definitivamente la divisione del paese e approfondì l'odio tra “gatti” e “topi”. Il 2 novembre 1969, per la celebrazione in onore dei defunti, in cimitero avvenne l'incontro-scontro tra la processione cattolica e quella ortodossa. Furono chiamate anche le forze dell'ordine. Fortunatamente don Lorenzo ripiegò nella propria chiesa per proseguire la preghiera e non accaddero particolari incidenti.

Questo sarà solo l'inizio di una lunga e difficile convivenza.

Padre Claudio, al secolo Bruno Vettorazzo

Figura carismatica della nuova comunità ortodossa, fù dunque padre Claudio, al secolo Bruno Vettorazzo.

Sulle sue origini e la sua fede esistono lettere e documenti di diversa provenienza e di diverso contenuto, molto confuse e spesso discordanti fra loro.

Bruno Vettorazzo nacque il 2 ottobre 1936 a San Zenone degli Ezzelini, in provincia di Treviso, e crebbe nella religione cattolica. Nel 1960 si sposò a Gragnano, in provincia di Napoli (ma nel 1969, in parte spinto anche dalle accuse di essere un vescovo ortodosso sposato, divorzierà). Nello stato civile di quel periodo è scritto che la sua professione è il pastore evangelico.

Nel 1964 sembrò convertirsi all'ortodossia: cominciò a firmarsi con il titolo di Esarca d'Italia della Chiesa Episcopale Cattolica Apostolica Ortodossa e a farsi chiamare “mar” Claudio. Non è chiaro in realtà a che chiesa appartenesse.

Appare piuttosto una sorta di “vescovo vagante”: lo si ritrova a San Paolo Soibrito (Asti), nella comunità di Sant'Alessio; allaccia contatti con presunte comunità ortodosse in Sardegna; opera a Montalto Dora (Torino).

Da quest'ultimo luogo poté udire le voci sui fatti di Montaner e tentare lì la fondazione di una nuova comunità. Quando giunse in paese era membro della chiesa ortodossa russa: nel febbraio del 1966, infatti, era stato ordinato presbitero dall'esarcato del patriarca di Mosca e di tutte le Russie in Europa Occidentale, con sede a Parigi (il patriarca in questione è Antonio Bloom).

La chiesa costruita a Montaner fu dedicata alla Trasfigurazione e intitolata a Santa Barbara; la comunità apparteneva alla “Chiesa Ortodossa Russa in Italia”.

Nel gennaio 1974 si unisce alla “Arnerican Orthodox Catholic Church” con esarcato a Roma.

Nei primi mesi dell'anno seguente diventa membro di un gruppo di monofisiti californiani legati al patriarca Mar Shimum XXIII, personaggio molto ambiguo, non riconosciuto e deposto dalla comunità ortodossa internazionale per concubinato, assassinato nel 1976. Da questa data padre Claudio cominciò a firmarsi vescovo ortodosso della diocesi di Aquileia, appartenente alla “Assyrian Church of the East”, sotto la giurisdizione del patriarcato degli Assiri Ortodossi Orientali (nestoriani).

L'ultima notizia risale al 1980, quando in un documento viene precisato che la chiesa montanerese della Trasfigurazione dipende dalla “Chiesa Apostolica cattolica Assira d'Oriente”, il cui patriarca ha sede a Xeleucia-Stesifonte ed è il successore di Shimum XXIII, Mar Dinkha.

L'incertezza della posizione ecclesiastica di padre Claudio fa, dunque, pensare ad una chiesa ortodossa montanerese sui generis, dove le differenze con la chiesa cattolica romana appaiono, almeno in un primo momento, incerte e molto annacquate: basti pensare che le prime funzioni liturgiche utilizzavano il rito gallicano in latino invece della liturgia di San Giovanni Crisostomo. E certo tutto questo non contribuì a rendere salda la nuova fede nelle coscienze degli abitanti di Montaner. Cammino religioso a parte, padre Claudio riuscì ad attirare nella nuova chiesa gran parte del paese e a farsi amare e rispettare.

Evoluzione della chiesa ortodossa

Inizialmente, l'adesione alla nuova chiesa è stata vista quasi come una necessità di rinnovo e cambiamento, ma col passare del tempo, e in misura maggiore a causa dell'instabilità della neonata comunità, gli entusiasmi si sono progressivamente raffreddati e gran parte della popolazione è ritornata o all'antica fede, quella cattolica, o ha smesso di praticare. Per comprendere ciò è indispensabile gettare un brevissimo sguardo all'evoluzione della chiesa ortodossa montanerese.

Sostanzialmente essa ha vissuto quattro esperienze diverse: una fase russa, una nestoriana, una polacca e l'attuale greco-bizantina.

La ricostruzione di ogni singolo periodo, fatta eccezione per l'ultimo, risulta molto difficile data la scarsità di documenti e fonti scritte precedenti il l988 così gran parte della storia della comunità resta poco chiara, nebulosa, confusa.

Questi sono i pochi dati certi. Le origini russe sono attestate dalla consacrazione della chiesa montanerese della Trasfigurazione da parte dell'esarca della chiesa ortodossa russa in Europa occidentale, Antonio Bloorn, nel settembre 1969 e dalla già ricordata consacrazione a presbitero ditale chiesa di padre Claudio.

La fase deve essere stata breve se gli abitanti di Montaner ricordano che Bruno Vettorazzo veniva affiancato o sostituito spesso da sacerdoti di molteplici nazionalità, quali cileni, rumeni e tedeschi, ma mai da russi.

Lo stesso padre Claudio nei primi anni ‘70 parte per gli Stati Uniti e ritorna, dopo varie vicissitudini già menzionate, vescovo di una chiesa assira di rito nestoriano.

Sicuramente nel 1988 la chiesa montanerese è sotto la giurisdizione polacca (chiesa autocefala di Polonia) con padre Fanurio Vivan, originario di Gorgo del Monticano (Tv). Essa si dota finalmente di un consiglio parrocchiale, composto da un rappresentante del popolo, il parroco e quattro consiglieri, eletti dalla comunità. La sensibilità dimostrata in campo liturgico da don Fanurio non è, però, compensata dal suo operato: nel 1994 viene arrestato per possesso e spaccio di stupefacenti. Lo scandalo lascia la chiesa ortodossa di Montaner in balia di se stessa e provoca numerosi abbandoni tra la popolazione.

Nel 1998, grazie all'azione di alcuni fedeli, la comunità montanerese viene accolta all'interno della chiesa ortodossa greco-bizantina, sotto la giurisdizione di Venezia, alla quale ancora oggi appartiene.

Ed è forse solo in quest'ultimo momento di passaggio che la scelta di restare ortodossi ha implicato sentite connotazioni religiose.

Bibliografia per la redazione dell'articolo: Tesi di Laurea in Storia Il caso Montaner (1967-69). Un conflitto "politico"tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa di Valentina Ciciliot, Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Venezia - Ca' Foscari. Anno Accademico 2003-2004

 
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